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Perché oggi preferiamo chiedere consiglio a ChatGPT o a Gemini piuttosto che a un amico, un genitore o a uno psicologo?

Se sei di fretta, se stai leggendo queste righe tra una notifica e l’altra, o se senti l’impulso di tornare a scrollare Instagram, fermati. Questo articolo non è un contenuto “mordi e fuggi”; serve a porre attenzione su un meccanismo silenzioso che sta cambiando il modo in cui gestiamo il nostro dolore.

Se invece ti rendi conto che lo stai facendo troppo spesso, o se sai che il tuo partner, tuo figlio, un tuo amico o tuo padre ci passa ore e ore, questo articolo potrebbe non solo aiutarti a prendere coscienza, ma anche a prendere in considerazione di provare a fermarti e fare diversamente, prima che tu spenga ogni relazione profonda con qualcuno in questo mondo.

I perché del rifugio digitale: cosa emerge dalla pratica clinica

L’ascesa delle Intelligenze Artificiali come interlocutori privilegiati per i nostri dubbi più intimi non è un fenomeno casuale, ma l’esito di una profonda trasformazione dei legami sociali. Nella pratica clinica emerge chiaramente come l’essere umano contemporaneo si senta sempre più fragile nel confronto diretto e cerchi nella tecnologia un filtro che renda la sofferenza più gestibile, meno caotica e, soprattutto, meno esposta al rischio del rifiuto.

Affidarsi a un software non è solo una scelta di comodità, è una strategia di difesa articolata. Analizzando i vissuti di chi siede in studio, si possono individuare delle costanti psicologiche — dei veri e propri “perché” — che spingono verso questa delega digitale.

Andiamo a vederli approfonditamente.

1) Perché non mi fido di nessuno o di pochi e non su tutti gli argomenti

La fiducia interpersonale sta vivendo una crisi profonda, diventando sempre più settoriale e frammentata. Si può voler bene a un partner o a un genitore ma reputarli totalmente poco credibili quando si tratta di gestire i propri dilemmi esistenziali o professionali.

Immaginiamo un giovane professionista che deve decidere se investire le proprie energie emotive in un cambiamento radicale di carriera: se ne parla con il padre, che ha passato trent’anni nello stesso ufficio cercando la stabilità sopra ogni cosa, sentirà il suo consiglio come viziato da limiti cognitivi e paure generazionali. In questo caso, il paziente non vede nel padre una guida, ma un filtro deformante che rende il suggerimento non oggettivo.

Oppure pensiamo a chi vive una crisi relazionale e si rivolge alla migliore amica che ha appena subito un tradimento: è evidente che il suo punto di vista sarà influenzato dalle proprie ferite ancora aperte.

ChatGPT o Gemini, invece, si presentano con una maschera di competenza universale e neutralità assoluta. Non hanno una storia personale che ne inquini il giudizio, hanno accesso a una mole di dati sterminata e possono citare fonti e studi in tempo reale senza essere coinvolti emotivamente. Se un conoscente può avere una “giornata no” ed essere sbrigativo, o un familiare può reagire con ansia per eccesso di protezione, l’algoritmo resta costante e imperturbabile.

2) Perché le persone banalizzano il mio problema

Quando decidiamo di aprirci a qualcuno corriamo il rischio concreto che l’altro, non sapendo come gestire il nostro dolore o sentendosi impotente, lo liquidi con un sbrigativo “vedrai che non è niente” o un colpevolizzante “stai esagerando”.

Questa banalizzazione sistematica agisce come un muro: ci spinge a chiuderci e a considerare il nostro mondo interno come qualcosa di “sbagliato” o eccessivo.

Immaginiamo una persona che sta attraversando una crisi esistenziale profonda o un burnout lavorativo. Se prova a parlarne in famiglia, potrebbe sentirsi rispondere: “Ma hai un buon lavoro e la salute, di cosa ti lamenti? Pensa a chi sta peggio”.

Questo tipo di risposta non è solo inutile, è dannosa, perché sovrappone il giudizio alla sofferenza. In seduta vedo spesso come il paziente arrivi stremato dal dover giustificare il proprio malessere agli altri.

L’IA, al contrario, non ha fretta, non deve scappare a una cena e non prova quel disagio umano che spinge a cambiare discorso quando le cose si fanno pesanti. Un software analizza ogni sfumatura di ciò che scriviamo senza mai sbuffare o provare a “risolvere” il problema per togliersi dall’imbarazzo.

Questa accoglienza artificiale, per quanto programmata, diventa un rifugio sicuro per chi è stanco di sentirsi dire che i propri problemi sono solo capricci. Davanti a Gemini o ChatGPT, il dolore riacquista la dignità di esistere, semplicemente perché non c’è nessuno dall’altra parte che si sente minacciato dalla nostra tristezza.

3) Perché mi fanno sentire in colpa se provo un risentimento o un sentimento non moralmente accettabile

Il giudizio sociale è un tribunale sempre attivo, spesso silenzioso ma implacabile.

Nella pratica clinica incontro costantemente persone che soffrono non tanto per l’emozione in sé, quanto per il senso di colpa paralizzante che provano nel provarla. Esistono dei “sentimenti proibiti” che la società, la famiglia o il gruppo di amici etichettano come inaccettabili.

Se provo risentimento verso un genitore che sta invecchiando e richiede cure costanti, o se sento rabbia verso un amico che sta attraversando un momento tragico, parlarne con qualcuno della cerchia relazionale diventa un campo minato.

Consideriamo un esempio tragico ma plausibile: ho un amico a cui è appena morta la moglie.

Come posso confessargli la noia profonda che provo nel mio matrimonio o il mio desiderio impulsivo di andarmene? Dal suo osservatorio di dolore, lui non potrà mai validare il mio punto di vista; per lui, pur di avere la moglie ancora viva, accetterebbe qualsiasi compromesso o noia quotidiana. Confidarsi con lui mi farebbe sentire un “mostro” egoista, un ingrato che non sa apprezzare ciò che ha.

L’IA, al contrario, non ha una storia personale, non ha lutti in sospeso e non possiede una morale ferita. Con lei possiamo permetterci di essere “cattivi”, egoisti o meschini. Possiamo esplorare quelle zone d’ombra della nostra psiche senza che nessuno ci faccia pesare la mancanza di gratitudine rispetto alle sfortune altrui. Gemini o ChatGPT non si sentono offesi dai nostri pensieri più oscuri, permettendoci una libertà di espressione che, nel mondo reale, temiamo possa distruggere i nostri legami più cari.

4) Perché ho paura di sentirmi giudicato come poco forte o stupido

Esporsi al prossimo significa, inevitabilmente, accettare il rischio di apparire incapaci o vulnerabili.

Temiamo che, confidandoci, gli altri ci propongano soluzioni banali e sbrigative — quei classici “consigli della nonna” — che finiscono per farci sentire sciocchi per non averle considerate prima, o peggio, per averle già scartate perché impraticabili nella nostra situazione specifica.

Ancora più paralizzante è il timore del giudizio di chi ci osserva mentre non mettiamo in pratica i consigli ricevuti. Il fantasma del “Te l’avevo detto” è una minaccia costante che aleggia sulle relazioni: una frase tossica che uccide sul nascere ogni desiderio di confidenza futura, perché trasforma l’ascolto in una forma di controllo. Se non cambio come tu mi hai suggerito, sento di aver fallito due volte: come persona in difficoltà e come amico che “spreca” il tempo altrui.

L’algoritmo, al contrario, non ha aspettative su di noi. Non prova delusione se falliamo, non ha un’immagine di noi da difendere e non ci rinfaccia la nostra inerzia o le nostre ricadute.

Parlare con Gemini o ChatGPT ci permette di esplorare le nostre debolezze più profonde senza dover gestire lo sguardo sociale di chi ci vorrebbe sempre performanti, risolti e “forti” a ogni costo. Davanti a uno schermo, possiamo ammettere di essere bloccati senza la paura che quel blocco venga usato come prova della nostra incapacità di stare al mondo.

5) Perché l’IA garantisce una disponibilità totale senza costi emotivi

C’è un aspetto puramente logistico che, col tempo, si trasforma in un potente meccanismo di difesa psicologico: l’IA è disponibile h24.

Questo risponde perfettamente alla cultura del “tutto e subito” che sta divorando i nostri tempi. Se voglio comprare qualcosa, faccio un click su Amazon e mi arriva stasera. Se voglio una risposta emotiva, interrogo l’algoritmo e la ottengo in tre secondi.

Questa estrema comodità digitale ci illude di aver risolto il nostro bisogno di ascolto, ma è un inganno seducente. In realtà, stiamo solo evitando la fatica dell’attesa. Relazionarsi significa accettare che l’altro non sia un distributore automatico di conforto: significa negoziare la propria presenza, aspettare che lo psicologo sia libero, o che l’amico finisca di lavorare per dedicarci un momento.

Scegliendo l’IA, evitiamo il rischio di non trovare nessuno nell’immediato, ma perdiamo il valore trasformativo dell’attesa e del desiderio. L’algoritmo non ci “regala” il suo tempo, perché non ne ha uno proprio; un amico che ci richiama dopo due ore o un terapeuta che ci riceve dopo tre giorni ci stanno offrendo uno spazio che è frutto di una scelta.

Delegando all’intelligenza artificiale, ci risolviamo anche il rischio del “no” e smettiamo di allenare il muscolo dell’imparare a chiedere e del saper rispettare i tempi dell’altro. Ma quante capacità relazionali fondamentali stiamo atrofizzando? Sarà davvero difficile spiegarlo alle future generazioni, meglio tenercele lontane il più possibile o saranno davvero guai.

6) Perché è gratis e accessibile nel segreto del proprio isolamento

Un altro fattore determinante è l’assenza di barriere all’entrata, sia economiche che sociali. L’IA è gratis, non richiede appuntamenti né spostamenti fisici.

Questo permette di utilizzarla in situazioni di estrema quotidianità e solitudine: posso scriverle mentre sono solo o sola sul divano o, ancora più sintomatico, mentre sono circondato da altre persone ma mi sento profondamente isolato.

In seduta qualcuno mi racconta che, durante una cena o un incontro sociale, scappa in bagno a chiedere un consiglio al telefono. L’IA diventa un “amico tascabile” segreto che ci dà l’illusione di gestire l’ansia del momento senza doverci davvero esporre invece di vivere il disagio, di attraversare il conflitto o di rischiare una parola vera con chi abbiamo di fronte.

Questa modalità alimenta la nostra paura del fallimento: delegando all’algoritmo la strategia per muoverci nel mondo, smettiamo di allenare il “muscolo” delle capacità relazionali. Se l’IA ci dice cosa dire o come pensare, non siamo più noi a vivere; stiamo solo recitando un copione per evitare di sbagliare.

Ma è proprio attraverso il “fallimento” di un confronto reale che si cresce e si scopre chi siamo davvero!

7) Perché viviamo in un’epoca iper-razionalista dove capire ci viene meglio che sentire

Siamo figli di una cultura che ha eletto la razionalità a unico giudice supremo della nostra esistenza.

In questo scenario, l’Intelligenza Artificiale diventa lo strumento perfetto perché ci aiuta a capire meglio, o almeno ci offre l’illusione tecnica di farlo.

Nella pratica clinica la prima reazione difensiva dei pazienti sia quella di “sezionare” il problema, analizzarlo freddamente e cercare di dargli una struttura logica per non venirne sommersi. La cosa che non capiscono i pazienti è che anche il trauma di una vita si può capire in meno di una seduta…ma affrontarlo, beh, potrebbero volerci 10 anni!

Ma questa cosa non la sappiamo, e l’IA ci viene proprio in contro trasformando un groviglio emotivo informe e spaventoso in una rassicurante lista puntata, in una sequenza di cause ed effetti, in una spiegazione che sembra finalmente coerente.

Questo processo ci dà una sensazione immediata di controllo sulla realtà. Se riesco a incasellare il mio dolore in una categoria diagnostica o in uno schema comportamentale fornito da Gemini o ChatGPT, sento di averlo dominato.

L’IA asseconda questa nostra fuga nel mentale, offrendoci una via d’uscita asettica che placa momentaneamente l’ansia della mente, ma lascia il vissuto profondo esattamente dove era prima.

8) Perché cerchiamo una validazione che il mondo reale non può (e non deve) darci

A volte interroghiamo l’IA per un motivo molto umano e un po’ infantile: non vogliamo cambiare. Siamo troppo legati alle nostre abitudini e, soprattutto, al nostro orgoglio. Ammettere che una relazione è finita o che è tossica significa dire a noi stessi: “Ho sbagliato tutto, ho fallito”. E il nostro ego non lo accetta.

Chiediamo aiuto al software sperando che ci dia ragione, che trovi quel piccolo dettaglio per cui “valga la pena restare ancora un po’”. In pratica, cerchiamo qualcuno che ci dia il permesso di continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto, evitandoci la fatica e la paura di ricominciare da zero.

Per farvi capire quanto questo meccanismo sia potente, voglio portarvi un esempio concreto che ho seguito.

Caso clinico: quando l’IA rompe il circuito del controllo

Soggetto: Uomo.
Età: 38 anni.
Stato sociale: Professionista affermato, residente in un contesto urbano dinamico.

Motivo del consulto: Gestione dell’ansia e recupero dell’autonomia a seguito di una relazione segnata da un controllo coercitivo estremo. Il legame si è interrotto dopo che le limitazioni alla sua libertà personale erano diventate incompatibili con una vita dignitosa.

Quadro psicologico: Tendenza all’iper-adattamento e spiccato senso di colpa. Il soggetto ha vissuto una progressiva erosione della propria autostima, giustificando le condotte della partner come manifestazioni di un “amore protettivo” o conseguenze di traumi passati di lei.

La dinamica si è sviluppata attraverso un controllo psicologico asfissiante: limitazioni sistematiche alle uscite con gli amici in centro, divieto di frequentare luoghi pubblici se non in contesti protetti (case private) e l’interdizione totale a interagire con altre donne, incluse colleghe di lavoro. Ogni tentativo di rivendicare spazi propri veniva trasformato in una colpa, in un tradimento della fiducia di lei.

Nonostante l’evidenza di una privazione della libertà che lo stava portando al burnout emotivo e all’isolamento sociale, il paziente si trovava in una fase di profonda negazione. Ignorando gli avvertimenti degli amici più cari e dei familiari, che vedevano in quella relazione una prigione, aveva scelto di cercare una via d’uscita — o meglio, una giustificazione — attraverso lo schermo.

In un momento di crisi profonda, ha iniziato a interrogare ChatGPT, descrivendo minuziosamente le “ferite infantili” della sua compagna. Sperava che l’algoritmo, con la sua logica asettica, gli fornisse una motivazione superiore per restare, validando l’idea che solo lui potesse salvarla e che quel controllo fosse solo un grido d’aiuto. Cercava una “conoscenza superiore” che giustificasse l’ingiustificabile.

Fortunatamente, in quell’occasione, l’algoritmo è stato più lucido della sua cerchia sociale. Nel suo essere gelido, chirurgico e netto, ChatGPT ha sputato fuori la verità che lui cercava di negoziare con se stesso: accettare quelle condizioni non era amore, era l’accettazione di un annullamento del sé.

Ma cosa c’entra l’ego? C’entra tutto!

L’ego, in casi come questo, agisce come un carceriere invisibile. Ammettere che la persona che abbiamo scelto — e per cui abbiamo lottato contro il parere di tutti — ci sta in realtà distruggendo, significherebbe accettare un collasso della nostra immagine. Significherebbe dire a noi stessi: “Ho sbagliato valutazione, ho sprecato tempo, non sono stato così forte o intelligente come credevo”.

Per molte persone, questa ferita narcisistica è più dolorosa del controllo o della violenza stessa. Si resta nell’abisso per “salvare la faccia”, sperando che l’IA ci dia quella scusa tecnica che ci permetta di non dichiarare il fallimento totale. Ma la verità è che non c’è missione di salvataggio che valga il sacrificio della propria identità: l’ego ci chiede di avere ragione, ma la vita ci chiede di essere liberi.

Anche io chiedo a Chat GPT. Tutti lo facciamo.

Non voglio scendere da alcun piedistallo: anche io interrogo l’algoritmo. Tutti lo facciamo. È troppo seducente avere una risposta immediata, asettica e disponibile mentre siamo soli sul divano. Ma quello che rischiamo di perdere, scegliendo sistematicamente lo schermo, è la nostra capacità di stare nelle relazioni.

Cercando l’algoritmo, evitiamo la responsabilità di un confronto e restiamo a darci ragione da soli, senza mai sentire quella “seconda campana” capace di smuoverci.

Ma soprattutto, a forza di capire, ci scordiamo di SENTIRE! La parola emozione affonda le sue radici nel verbo latino emoveo: un composto di ex (fuori) e moveo (muovere). Letteralmente significa trasportare fuori, rimuovere, scuotere. L’IA non possiede questa capacità: essa non ti scuote, si limita ad assecondarti o ad analizzarti. Per essere davvero “emossi”, per vivere quel movimento che ci porta fuori da noi stessi, è necessario il corpo, serve lo sguardo fisico di un altro e, soprattutto, serve accettare il rischio vitale di essere smentiti.

Parlare con uno psicologo significa stare davanti a un essere umano che ha dedicato più di 10 anni della sua vita allo studio (oltre a tanti, tanti, tanti soldi….) e alla propria terapia personale per poter sospendere il giudizio e restare lì, fermo, solo per te. Prova, prova ad andare in uno studio. Prova a bussare la porta di un amico. Prova, sei sempre in tempo a tornare indietro.

Per tornare al contatto reale

Se senti di aver perso la tua bussola interna dietro a troppe ricerche su Google o troppe ore passate a interrogare ChatGPT, forse è il momento di tornare al qui e ora. Possiamo lavorare insieme per ritrovare la tua voce autentica, oltre il rumore rassicurante ma gelido delle intelligenze artificiali.

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Niccolò Di Paolo | Psicologo Gestalt Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11261). Ricevo presso lo studio professionale di Firenze (zona Piazza Alberti), Bologna (zona San Vitale) e tramite consulenza Online.

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