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Il paese dei ciechi – Herbert George Wells

Pubblicato da Niccolò Di Paolo | Libri Gestalt

La psicologia è una disciplina giovane. Ha poco più di un secolo di vita formale. La letteratura ne ha tremila. E in quei tremila anni, scrittori, poeti e drammaturghi hanno fatto quello che ogni bravo terapeuta cerca di fare in seduta: hanno osservato l’essere umano senza giudicarlo, e hanno restituito quello che vedevano in una forma che altri potessero riconoscere come vera.

Il paese dei ciechi di H.G. Wells, pubblicato per la prima volta nel 1904, è uno di quei testi che un terapeuta della Gestalt dovrebbe leggere almeno una volta ogni cinque anni. Non perché Wells conoscesse Perls — non lo conosceva. Ma perché ha raccontato, con la precisione di un entomologo e la grazia di un narratore, qualcosa che la psicologia fatica ancora oggi a formalizzare senza l’aiuto dell’antropologia, della sociologia e dell’etologia.

Cosa ha raccontato? Che la salute e la patologia non esistono in assoluto. Esistono in relazione a un campo.

La trama: un uomo con la vista in un mondo di ciechi

Nunez è un alpinista ecuadoriano. Durante una scalata sulle Ande, scivola e precipita in una valle isolata dal resto del mondo da pareti di roccia verticali. Una valle fertile, ordinata, funzionante — abitata da una comunità di persone cieche da generazioni. Non ciechi accidentali: ciechi dalla nascita, figli di ciechi, nipoti di ciechi. Una società che ha costruito la propria architettura, il proprio linguaggio, la propria filosofia, la propria cosmologia — senza mai aver visto nulla.

Nunez ricorda il proverbio: nel paese dei ciechi, il monocolo è re. Pensa di avere un vantaggio straordinario. Pensa che basterà spiegare, insegnare, mostrare.

Non funziona niente di tutto questo.

I ciechi non lo percepiscono come superiore — lo percepiscono come malato. I suoi occhi, per loro, sono organi inutili e irritati che lo rendono instabile, distraibile, incapace di concentrarsi sul mondo reale. Il loro medico, dopo un’attenta osservazione, formula la diagnosi: quegli organi protuberanti che ha sul viso gli causano allucinazioni. La cura è semplice: toglierli.

Nunez si innamora di una ragazza cieca, Medina-saroté. Per sposarla, deve sottoporsi all’operazione. Sta quasi per accettare — finché, la mattina della chirurgia, sente il richiamo delle montagne. Scappa. Sale verso le vette. E lì, seduto sulla roccia mentre le stelle appaiono sopra di lui, termina la storia del 1904.

Nel 1939 Wells riscrive il finale. Questa volta Nunez non scappa per sé. Scappa perché riesce a vedere — lui solo — una frana imminente che distruggerà la valle. Lo dice ai ciechi. Non lo credono. E lui deve scegliere se restare a morire con loro o salvarsi da solo, portando con sé la consapevolezza di una catastrofe che non ha potuto comunicare.

Due finali. Due destini clinici completamente diversi. Ci torniamo.

Il proverbio come falsa consolazione

Nel paese dei ciechi, chi ha un occhio è un re.

Il titolo del racconto è già una trappola. Wells lo cita esplicitamente nella storia, come pensiero di Nunez nel momento in cui capisce dove si trova. E poi impiega tutto il racconto a smontarlo.

Il proverbio promette una cosa precisa: che chi ha una capacità in più sarà riconosciuto come superiore. Che la competenza, la visione, il talento emergono naturalmente e vengono valorizzati.

È una menzogna confortante. Funziona solo se il gruppo è disposto a riconoscere il valore di quello che possiedi. Se il gruppo non ha la categoria mentale per percepirlo — o peggio, se quella capacità minaccia il suo ordine — non solo non verrai valorizzato: verrai classificato come problema.

Il proverbio nasce da una visione lineare e gerarchica del valore: c’è chi ha di più e chi ha di meno, e chi ha di più sarà sempre in cima. La realtà è molto più complicata, e la Gestalt lo sa bene: il valore non è assoluto, è relazionale. Emerge o scompare a seconda del campo in cui si inserisce.

Jakob von Uexküll e l’Umwelt: ogni organismo abita un mondo diverso

Per capire cosa succede davvero nella valle, dobbiamo fare una deviazione nell’etologia — e precisamente nel lavoro di Jakob von Uexküll, biologo estone che all’inizio del Novecento ha formulato uno dei concetti più fertili della scienza del comportamento: l’Umwelt.

Ogni organismo, scrive von Uexküll, non vive “nel” mondo — vive in un suo mondo, costruito dai segnali che i suoi organi di senso sono capaci di ricevere e di cui il suo sistema nervoso è capace di fare qualcosa. La zecca non ha occhi funzionanti: il suo Umwelt è fatto di temperatura corporea, odore di butirrico, luce e buio. Tutto il resto non esiste per lei — letteralmente non esiste, non è rappresentato, non è elaborabile.

Questo non significa che la zecca sia stupida o limitata. Significa che ha un mondo perfettamente adatto alla sua sopravvivenza e al suo modo di essere.

I ciechi della valle hanno un Umwelt costruito senza la luce. La loro architettura è progettata per i piedi, non per gli occhi. Il loro linguaggio ha una ricchezza straordinaria di termini per le texture, le temperature, i suoni, i profumi — e zero parole per i colori. La loro cosmologia dice che il mondo è una volta di roccia liscia sopra la loro testa. Non è ignoranza: è coerenza interna di un sistema percettivo che non ha mai avuto bisogno di altro.

Nunez arriva con il suo Umwelt — costruito sulla vista — e pretende che sia quello giusto. Non si rende conto che non c’è un Umwelt giusto. C’è quello che funziona nel campo in cui si vive.

La psicologia della Gestalt eredita da von Uexküll questa intuizione fondamentale: non esiste una realtà oggettiva che tutti percepiscono allo stesso modo. Esiste un campo — e ogni organismo costruisce la propria figura su quello sfondo, secondo la propria storia, i propri organi di senso, le proprie necessità.

Figura e sfondo: la vista come disturbo

Il concetto di figura e sfondo è uno dei più eleganti che la Gestalt ci ha consegnato.

In ogni momento della nostra esperienza, alcune cose emergono come figure — sono vivide, presenti, definite — mentre altre restano sullo sfondo — diffuse, implicite, non elaborate. Quello che diventa figura dipende dal bisogno del momento, dalla storia del soggetto, dal campo relazionale.

Per Nunez, la vista è lo sfondo — qualcosa di così automatico, così scontato, da essere quasi invisibile. È come chiedere a un pesce di accorgersi dell’acqua. La sua vista non è una competenza che gestisce consapevolmente: è la struttura del suo mondo.

Per i ciechi, la vista di Nunez è figura immediata, disturbante, incomprensibile. I suoi occhi non sono uno strumento che usano — sono una protuberanza inutile che lo rende nervoso, distraibile, incapace di concentrarsi. Non possono ignorarla, perché disturba il loro ordine.

Questo è il meccanismo che Mary Douglas ha descritto in Purezza e pericolo: ciò che non trova posto nelle categorie di un sistema culturale viene classificato come “sporco” — non in senso igienico, ma simbolico. Sporco è ciò che è fuori posto. E Nunez è, nel senso più preciso del termine, fuori posto.

Non è cattivo. Non è pericoloso. È semplicemente un elemento che il campo non sa dove mettere — e i campi, umani e non, tendono a espellere ciò che non sanno classificare.

Medina-saroté e la confluenza: la tentazione di togliersi gli occhi

Qui il racconto diventa clinicamente prezioso in modo inaspettato.

Nunez si innamora di Medina-saroté. Non è un amore di ripiego — è un amore reale, viscerale, che lo fa sentire per la prima volta parte di qualcosa in quella valle. E Medina-saroté lo ama. Lo ama nonostante la sua “malattia”, forse proprio a causa della stranezza affascinante che lo distingue.

Ma il prezzo del matrimonio è l’operazione.

E Nunez, quasi accetta.

In Gestalt questo momento ha un nome preciso: confluenza. La confluenza è l’interruzione del contatto in cui il confine tra sé e l’altro scompare — non per piena fusione amorosa, ma per paura della solitudine, per bisogno di appartenenza, per esaurimento dell’attrito. Ci si adatta così completamente all’ambiente da dimenticare chi si era prima di entrarci.

La confluenza non è sempre patologica — in certi momenti è necessaria, è la base del legame affettivo, dell’appartenenza. Ma quando significa letteralmente togliersi gli occhi per essere accettati — quando significa rinunciare alla propria capacità di vedere per non disturbare un campo che non sa cosa farsene — allora diventa la rinuncia più radicale a se stessi che si possa compiere.

Quante persone conosciamo che si sono tolte gli occhi per amore? Non chirurgicamente. Ma smettendo di vedere, smettendo di dire quello che vedevano, smettendo di essere quello che erano prima di entrare in un certo campo — familiare, professionale, di coppia — che richiedeva la loro cecità come condizione di accettazione?

Il momento in cui Nunez sceglie di non operarsi è, in questo senso, un atto terapeutico: la scelta di mantenere il confine tra sé e il campo, anche a costo dell’esclusione.

I due finali: due destini clinici

Qui sta una delle cose più belle che ho trovato preparando questa analisi.

Wells ha scritto questo racconto due volte. Nel 1904, Nunez scappa da solo verso le montagne. Si salva. Guarda le stelle. Fine — aperta, malinconica, ma vitale.

Nel 1939, dopo trent’anni, Wells riscrive. E nel 1939 il finale è diverso. Nunez riesce a vedere qualcosa che i ciechi non possono vedere: una frana imminente che distruggerà la valle. Lo dice a tutti. Nessuno lo crede — non perché siano stupidi, ma perché non hanno gli organi per verificarlo. E Nunez deve scegliere se morire con loro o fuggire da solo, portando il peso di una verità che non ha potuto condividere.

Wells stesso spiega nel 1939 perché ha cambiato il finale. Nel 1904 la storia era sulla solitudine spirituale di chi vede più degli altri. Nel 1939 è su qualcosa di più tragico: il visionario che vede la catastrofe avvicinarsi e non riesce a farla percepire a chi lo circonda.

Clinicamente, questi sono due tipi di pazienti diversi.

Il primo — quello del 1904 — è chi si trova nel campo sbagliato, lo riconosce, e trova la forza di uscirne. Non senza dolore, non senza perdita. Ma la fuga verso le montagne è vitale: è il contatto con se stessi al di là del campo.

Il secondo — quello del 1939 — è chi porta una consapevolezza che il campo non riesce a contenere, e deve fare i conti non solo con la propria solitudine, ma con l’impotenza di non poter proteggere chi ama da qualcosa che solo lui riesce a vedere. È una forma di dolore diversa, più oscura. È il dolore del terapeuta che vede il paziente avvicinarsi a qualcosa di distruttivo e non può fare altro che restare presente.

La letteratura ci dà entrambi i finali. La vita, spesso, ce li dà entrambi nello stesso anno.

Perché la letteratura vede dove la psicologia fatica

Arrivo qui alla domanda che ha aperto questo articolo.

La psicologia clinica, per essere credibile come scienza, ha bisogno di operazionalizzare — cioè di rendere misurabili i concetti con cui lavora. Cos’è la sofferenza? Cos’è il benessere? Cos’è l’identità? Per rispondere a queste domande in modo scientifico, dobbiamo scomporle, ridurle a variabili, costruire scale di misurazione, raccogliere campioni, fare statistiche.

Questo processo è necessario — e ha prodotto risultati enormi. Ma ha anche un costo: nel momento in cui operazionalizziamo, perdiamo la complessità del vissuto. Stiamo misurando l’ombra della cosa, non la cosa.

La letteratura non ha questo vincolo. Wells non deve dimostrare che il suo racconto è vero in senso statistico. Deve solo farlo risuonare — farlo sembrare vero a chi legge. E in quel risuonare accade qualcosa di clinicamente prezioso: il lettore si riconosce. Non “capisce” Nunez — lo è, per il tempo della lettura. E in quel essere, accede a qualcosa di sé che forse non aveva mai nominato.

Questo è il motivo per cui la Gestalt ha da sempre un rapporto privilegiato con la letteratura, l’arte, il teatro. Perls stesso aveva una formazione teatrale e utilizzava la drammatizzazione come strumento clinico. La tecnica della sedia vuota — mettere in scena un dialogo con una parte di sé o con una persona significativa — non è lontana dal teatro di improvvisazione. La forma drammatica è una forma fenomenologica: non spiega l’esperienza, la porta in scena.

Ma c’è un’altra ragione per cui questo racconto è utile in modo specifico. Wells, senza saperlo, ha fatto quello che un clinico moderno deve fare per capire davvero un paziente: ha attraversato i confini disciplinari.

Per capire Nunez ci serve von Uexküll — etologia. Per capire la risposta dei ciechi ci serve Mary Douglas — antropologia. Per capire il meccanismo dell’invidia e dell’ostracismo ci serve Helmut Schoeck — sociologia. Per capire la confluenza di fronte all’operazione ci serve Perls — psicoterapia. Per capire il secondo finale ci serve l’etica della cura.

Nessuna singola disciplina è sufficiente. E la letteratura, a differenza dei manuali diagnostici, non ha bisogno di scegliere una sola lente. Può tenerle tutte simultaneamente.

Cosa ci portiamo in seduta

Il paese dei ciechi non è un libro di psicologia. È meglio.

È un dispositivo narrativo che permette di entrare in contatto con esperienze che il linguaggio tecnico a volte non riesce a evocare: la sensazione di essere visti come malati per quello che si è di sano, la tentazione di smettere di vedere per essere amati, il dolore di portare una consapevolezza che il campo non vuole ricevere.

Quando un paziente mi racconta di sentirsi “fuori posto” in famiglia, nel lavoro, nella coppia — e non riesce a capire se è colpa sua o dell’ambiente — a volte gli chiedo: hai mai letto Il paese dei ciechi di Wells?

Non per dargli una risposta. Per dargli un’immagine in cui riconoscersi. Perché spesso, prima di poter elaborare, dobbiamo poter vedere. E a volte una storia vede più chiaramente di una diagnosi.

Il libro

H.G. Wells, Il paese dei ciechi (titolo originale: The Country of the Blind, 1904 / 1939).
Reperibile in italiano in varie antologie di racconti di Wells. La versione del 1939 è consultabile anche online su Project Gutenberg (in inglese).

Niccolò Di Paolo | Psicologo Gestalt

Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11261). Ricevo presso lo studio professionale di Firenze (zona Piazza Alberti), Bologna (zona San Vitale) e tramite consulenza Online.

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