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In Gestalt non si “parla di”, si “parla a”: il potere della sedia vuota

Ti è mai successo di passare ore a spiegare a un amico quanto ti ha fatto soffrire una persona, per poi tornare a casa e sentirti esattamente come prima? Questo accade perché “parlare di” qualcuno è un esercizio della mente che ci tiene a distanza di sicurezza dal nostro sentire.

In Gestalt, facciamo l’esatto opposto: passiamo al “parlare a”.

Non analizziamo il passato come se fosse un reperto archeologico, ma lo portiamo nel presente, qui e ora. Il punto non è capire perché quella persona ti ha ferito, ma è prendersi la responsabilità del proprio sentire comunicando direttamente con l’altro, anche se non è fisicamente nella stanza.

La sedia vuota e il lavoro con il gruppo: dare corpo all’assente

In seduta individuale utilizziamo spesso la tecnica della sedia vuota: un invito a immaginare la persona a cui si riferisce il nostro dolore seduta proprio davanti a noi.

Nel lavoro di gruppo, questa dinamica diventa ancora più densa: si può parlare a un cuscino, a una persona che ci ricorda qualcuno della nostra storia, o persino a se stessi impersonificati in un altro membro del gruppo.

Liberare l’inespresso

Questo lavoro serve a liberare le emozioni inespresse. Quando smetti di descrivere un conflitto e inizi a parlare direttamente a chi quel conflitto lo ha generato, la corazza cade. La presa di coscienza non è più un concetto teorico, ma un brivido sulla pelle, un pianto che si scioglie o una rabbia che finalmente trova una direzione.

Mettersi nei panni dell’altro

In Gestalt possiamo fare un passo ulteriore: ti chiedo di alzarti, andare “dall’altra parte” e rispondere per l’altro. Diventando, per un momento, la persona con cui sei in conflitto, puoi sentire cosa arriva della tua comunicazione.

Nel gruppo, possiamo anche far rispondere un compagno che si è immedesimato nel tuo vissuto. Questo non serve a dare ragione all’altro, ma a capire la dinamica relazionale che vi tiene prigionieri.

Oltre i difetti della percezione: il 6 che diventa un 9

Tutto questo lavoro affonda le radici nella Psicologia della Gestalt, la branca che studia come la nostra mente organizza la percezione della realtà. Fritz Perls, il fondatore della psicoterapia della Gestalt, ha intuito che noi soffriamo spesso per via dei “difetti” della nostra percezione: restiamo incastrati in una visione parziale delle cose.

Andare dall’altra parte o ascoltare la risposta di chi impersonifica il nostro interlocutore è un atto rivoluzionario. È come accorgersi che quello che dal nostro punto di vista è un 6, visto dalla parte opposta è in realtà un 9.

Cambiare prospettiva per guarire

Sperimentare questa inversione di ruoli ci aiuta a superare i pregiudizi che abbiamo su noi stessi e sugli altri. Non è un esercizio di fantasia, ma un modo per integrare le parti di noi che proiettiamo all’esterno. Solo quando vediamo la “forma” intera della situazione (la Gestalt, appunto), possiamo trovare una via d’uscita e una reale pacificazione.

Iniziare a comunicare davvero

Il lavoro sulla sedia vuota o con il gruppo è un atto di coraggio: significa smettere di lamentarsi del mondo e iniziare a abitare i propri bisogni. Se senti che ci sono parole strozzate che non riesci a pronunciare, o se continui a vedere solo il tuo “6” senza capire il “9” degli altri, questo approccio può fare la differenza.

Se vuoi sperimentare questo modo di lavorare e liberare ciò che è rimasto sospeso, scrivimi su WhatsApp cliccando sul tastino verde in basso a destra per parlarne, oppure prenota una seduta online o nei miei studi di Firenze o Bologna tramite il tasto blu Prenota in alto a destra.

Niccolò Di Paolo | Psicologo Gestalt

Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11261). Ricevo presso lo studio professionale di Firenze (zona Piazza Alberti), Bologna (zona San Vitale) e tramite consulenza Online.

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