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L’odio che ingoiamo da bambini torna su da adulti: perché non basta perdonare

Pubblicato da Niccolò Di Paolo | Percorso Esistenziale

L’odio è un sentimento. Come l’amore. Come la vendetta. Come la vergogna o come la paura.

Ma come mai siamo abituati a nominare alcuni sentimenti come virtuosi e altri come maligni? Da dove nasce la divisione in sentimenti lodevoli e sentimenti da rifuggire?

Il nostro corpo ci manda dei segnali precisi in risposta a stimoli esterni o interni, ma noi siamo abituati a mentalizzarli e a correggerli.

E se provassimo a masticarlo senza giudicarlo?

L’odio nel corpo ha una fenomenologia precisa: tensione muscolare persistente, mascelle serrate, respiro accorciato, uno stato di allerta cronica che il sistema nervoso autonomo non riesce a spegnere perché non ha mai ricevuto il segnale che il pericolo è passato.

Non è proprio rabbia — acuta, esplosiva, facilmente riconoscibile. L’odio è uno stato prolungato, a bassa intensità, che organizza la percezione: filtra ciò che si vede, orienta l’attenzione, struttura il modo in cui si interpreta il comportamento degli altri. Non è facile sapere se una persona odia qualcuno, per esempio i suoi comportamenti potrebbero essere comunque beneducati, accoglienti, ma anche servili. Ma facciamo un passo indietro.

L’odio è un sentimento, un’emozione.

Dal latino emovere (ex = fuori, movere = muovere), letteralmente “portare fuori”.

A livello neurobiologico, quando lo proviamo, si attivano aree specifiche del cervello: il putamen destro, la corteccia premotoria, quella insulare, il polo frontale. L’amigdala ne regola l’intensità e innesca il rilascio di noradrenalina e adrenalina, preparando l’organismo alla reazione. A differenza delle emozioni primarie, il suo pattern di attivazione cerebrale è distinto e complesso — una combinazione persistente di risentimento, paura e rabbia che non si esaurisce facilmente

Il problema è che viviamo in una società infinitamente più complessa di quella per cui questi vettori sono stati costruiti. Quasi nessuno di essi può essere agito direttamente, e quindi frenare diventa necessario, inevitabile, concettualmente ci evita dei guai.

In Psicologia non giudichiamo i sentimenti: li facciamo “esprimere”

Fu proprio Freud a formulare la scoperta che ha cambiato per sempre il modo in cui l’Occidente pensa alla vita interiore: parlare di un’emozione permette di viverla senza agirla. Nominare ciò che sentiamo crea uno spazio tra l’impulso e l’azione — abbastanza da non esserne travolti, abbastanza da non doverlo seppellire.

Ma cosa succede quando nemmeno nominare è concesso? Quando la cultura in cui si cresce ha già stabilito che una certa emozione non è solo pericolosa, ma moralmente indegna?

La cultura cattolica ha fatto esattamente questo con l’odio. Non lo ha semplicemente scoraggiato — lo ha reso una questione di anima. “Chi odia è qualcuno che non ha ancora perdonato”, che non ha lavorato abbastanza su se stesso, che manca di maturità spirituale. È una cornice potente e, clinicamente, devastante: trasforma un segnale del corpo in una colpa morale. E la colpa morale non si attraversa — si ingoia.

È da qui che parte questo articolo.

La Psicoterapia della Gestalt ha sviluppato uno strumento concettuale — il ciclo del contatto — che descrive il movimento naturale attraverso cui un bisogno nasce, si mobilita, cerca incontro con il mondo, si soddisfa e si chiude.

Quando questo ciclo si interrompe, l’energia non scompare: si deforma, trova vie traverse, produce sintomi. Attraverso cinque letture culturali — da Nietzsche a Shakespeare, da Seneca a Victor Hugo — e attraverso un caso clinico che le attraversa tutte, questo articolo tenta di costruire un ponte: non per spiegare l’odio, ma per restituirgli la dignità di un segnale. Qualcosa che nasce dal corpo, che ha una storia, che può essere accolto — e che solo quando viene accolto smette, finalmente, di governare.

Analisi culturale presente: l’odio nel XXI secolo introietto della morale Cattolica

C’è una frase che quasi tutti gli italiani hanno sentito, in una forma o nell’altra, prima ancora di sapere cosa significasse davvero: non odiare. Non come consiglio. Come comandamento.

La tradizione cattolica ha costruito intorno all’odio una delle architetture morali più potenti e durature della storia occidentale. Nel Vangelo di Matteo, Gesù radicalizza persino la Legge mosaica:

«Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5, 43-44).

Non è un invito — è una riscrittura totale dell’orizzonte morale. L’amore non ha più confini, e l’odio diventa non solo sbagliato, ma il segno di un’anima ancora incompiuta.

Giovanni va oltre:

«Chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1 Gv 2, 11).

L’odio non è più solo un peccato — è cecità spirituale. Chi odia non vede. Non capisce. Non è ancora arrivato.

Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, completa il quadro con la celebre inno alla carità:

«La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia» (1 Cor 13, 4)

Il modello dell’uomo spiritualmente maturo è uno che non si adira, non porta rancore, sopporta tutto. Chi non ci riesce — chi sente ancora l’odio pulsare — è qualcuno che non ha ancora raggiunto quella maturità. Qualcuno che deve ancora lavorare su se stesso.

Questa è la cornice. Ed è una cornice potente, millenaria, incarnata nel linguaggio, nella famiglia, nella scuola, nel confessionale. Non ha bisogno di essere ripetuta ogni giorno per funzionare — è già dentro, installata precocemente, prima che il bambino avesse gli strumenti per valutar la criticamente. È un introietto nel senso più preciso del termine: un’idea ingoiata intera, senza masticarla, senza sceglierla.

Il problema non è il messaggio evangelico in sé — che nasce in un contesto teologico preciso, con una sua coerenza interna. Il problema è la traduzione clinica che ne è stata fatta: se provi odio, sei tu il problema. Non la situazione. Non chi ti ha fatto del male. Non la storia che porti nel corpo. Tu.

Questa traduzione ha prodotto generazioni di persone incapaci di stare nell’odio per il tempo necessario a capire cosa sta dicendo. Persone che hanno imparato a sopprimerlo prima ancora di sentirlo, a trasformarlo in colpa, a portarlo come vergogna silenziosa invece di attraversarlo come segnale. E un segnale soppresso non scompare — si deforma. Trova vie traverse. Torna.

L’odio che non ha potuto essere sentito allora è spesso il messaggio più antico che portiamo — scritto nel corpo prima ancora che nelle parole, proveniente da una storia che ha iniziato molto prima di noi.

È il messaggio non letto più antico, proveniente dalla nostra storia infantile.

Immaginiamo un bambino che sperimenta un ambiente violento

Emotivamente, fisicamente, o nel silenzio denso di chi non vede e non sente — certamente non può permettersi di odiare chi lo ferisce se questi è un familiare perchè dipende da quella persona per sopravvivere. Ha bisogno del suo sguardo, del suo calore, della sua approvazione. Odiare significherebbe perdere tutto.

Quel bambino fa l’unica cosa possibile: ingoia. Non elabora, non esprime, non attraversa. Ingoia. E quella rabbia congelata diventa seme dopo seme odio che non ha trovato voce, si sedimenta da qualche parte nel corpo, nella postura, nel modo di stare nel mondo. Aspetta.

Quante sono le probabilità che poi, da adulto, questo bambino tutte le volte che incontrerà un’ingiustizia (percepita) il suo odio latente spunti fuori sregolato?

Verso il mondo? Verso le cose che non vanno a suo favore, o magari verso le persone maleducate o prepotenti. Magari può vestirsi di un’ideologia buonista per trovare nel “cattivi” un oggetto accettabile per il suo odio esistenziale.

Comportarsi da giustiziere riequilibrerà quell’odio sepolto? O magari giudice? O da vittima? E perchè no, anche da carnefice, giustificato dalla storia personale.

Il punto è che molto molto molto spesso non odiamo chi abbiamo davanti, stiamo solo trovando un modo per liberarci di un sentimento coltivato e mai espresso per anni.

Stiamo sentendo quello che non abbiamo potuto sentire allora, e viene fuori senza controllo e probabilmente senza consapevolezza.

Questo articolo è un tentativo di dare a quel bambino uno strumento per farsene qualcosa di tutta quella energia repressa.

1a analisi transculturale: Nietzsche e la retroflessione

«L’uomo del risentimento non è né schietto né ingenuo, né onesto e diretto con se stesso. La sua anima è losca; il suo spirito ama i nascondigli, le vie traverse e le porte di servizio.»

Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, 1887

Nietzsche in “Genealogia della morale”, distingueva due forme di odio, uno attivo — che si muove, che cerca una direzione, che ha una funzione.

E uno passivo, definito ressentiment — l’odio che non riesce ad andare dove dovrebbe, che non trova sbocco, e allora si gira. Si rivolge verso l’interno. Diventa loschezza, amaro silenzio, pensieri obliqui. E questa è chiaramente la forma dell’odio che logora.

In Gestalt questo ha un nome: retroflessione.

È una delle interruzioni del contatto descritte da Perls e Goodman, e riportate poi da Ginger:

«Retroflessione: rivolgere contro se stessi l’energia mobilitata (ad esempio masochismo o somatizzazioni) o fare a se stessi ciò che vorremmo che ci venisse fatto dagli altri.»

Nell’esempio dell’odio, l’energia mobilitata — quella che vorrebbe uscire, che vorrebbe dire qualcosa, fare qualcosa, arrivare a qualcuno — non trova strada. E allora si ritorce.

Diventa tensione alle spalle, mal di testa cronico, insonnia, quella voce che ti ripete che sei tu il problema. E dentro questa retroflessione vive una guerra che Perls definiva “il conflitto tra il top dog e l’under dog”.

Paziente che per 32 anni ha retrflesso l’odio verso il padre.

Un padre che non gli ha mai chiesto “come stai”. Che non lo ha mai abbracciato.

Che non lo ha fatto giocare a calcio ma a tennis (non perché amasse il tennis, ma per farsi amico il capo il cui figlio giocava a tennis, e si sa, i soldi e il potere contano più di qualsiasi desiderio di un figlio).

Che non ha mai perso occasione per manifestare il suo dissenso per qualsiasi cosa, dal taglio di capelli al vestiario, dalle idee politiche alle scelte di vita come gli studi, il lavoro, le ambizioni, il tenore di vita.

Un padre convinto di sapere fare tutto — e che nel frattempo ha lasciato una scia di danni che hanno segnato indelebilmente la storia della famiglia da lui accuratamente riscritta sempre come una sua cavalcata eroica lavorativa.

Un padre violento, capace di sminuire qualsiasi accusa banalizzandola. Permaloso. Irascibile. Minaccioso. Un padre che ricatta i figli dando loro una mano solo a patto che loro seguano la retta via, ovvero la sua. Altrimenti? Botte, minacce.

Ovviamente, il paziente odia suo padre. Ma quanto ci vorrà perchè lo capisca? Essendo nato dentro tutto questo, quando accumulerà sufficenti esperienze del mondo tali per cui potrà definire il comportamente del padre inaccettabile?

E una volta consapevolizzato, magari dopo anni di terapia, quanta paura avrà di dirlo? A sè stesso, al padre.

Si sà, da bambini nessuno al mondo è disposto a sostenere la possibilità che si possa odiare il padre. Perchè è circondato da adulti tutti della stessa pasta del padre, tutti portabandiera della violenza e della minaccia della violenza piramidalmente come in un esercito. Tutti soldati del patriarcato: o meschini o omertosi. Tutti moralisti e buonisti.

“Non si dicono queste cose!”

“Dovresti essere grato per le fortune che hai”

“Guarda quante cose buon ha fatto”

Questa descritta è l’terna lotta tra il top dog e l’under dog

Il nostro paziente retroflette, senza volerlo, l’odio verso il padre, ovvero lo canalizza verso di sè, facendo suoi i giudizi del padre, e si comporta senza rendersene conto in modo da realizzare quella storia a lui imposta.

Da una parte il top dog, voce del dovere assoluto. Quella che sa sempre come stanno le cose, che giudica, che pretende, che non ammette eccezioni. Il top dog non chiede — ordina.

E più è duro e pretenzioso, più l’altra parte, l’under dog — la parte ferita, impotente, stanca — risponde con quello che può: la resa, il sabotaggio passivo, la paralisi. Non perché sia vigliacco, ma perché è esausto di perdere sempre.

Questo è il ciclo. Più il top dog stringe, più l’under dog cede o sabota — non fa niente, rimanda, si paralizza, si ammala.

Non è pigrizia, non è debolezza: è la risposta naturale di una parte di sé che non riesce a farsi spazio in nessun altro modo.

2a analisi transculturale: Amleto e la deflessione

«Essere o non essere: questo è il problema.
Se sia più nobile nella mente sopportare
i colpi di fionda e le frecce dell’oltraggiosa fortuna,
o prender le armi contro un mare di affanni
e, opponendosi, por loro fine.»

William Shakespeare, Amleto, Atto III, Scena I

Amleto sa benissimo chi odia.

Lo sa dall’inizio della storia — è suo zio Claudio, che ha ucciso suo padre, usurpato il trono, sposato sua madre. L’odio è lì, chiarissimo, nominato, legittimo. Non c’è ambiguità sulla fonte, non c’è dubbio sulla ferita.

Eppure Amleto non agisce. Non riesce ad agire.

Filosofa. Rimanda. Organizza uno spettacolo teatrale per verificare la colpa dello zio — che già conosce. Si perde in monologhi sull’essere e il non essere, sulla giustizia, sulla morte, sul senso di tutto. Finge la follia. Elabora piani. Trova sempre una ragione per aspettare ancora un momento, ancora un giorno, ancora una riflessione.

Non è viltà. È deflessione.

La deflessione: l’odio che si perde nel pensiero

Erving Polster, sviluppando il lavoro di Perls e Goodman, teorizzò la deflessione come una delle interruzioni del contatto più subdole — proprio perché non assomiglia affatto a una difesa:

«Deflessione: Evitare il contatto diretto deviando la sensazione verso una zona intermedia: idee, fantasie, fantasticherie, deliri. Una zona che non è né la realtà esterna né quella percepibile dall’essere interiore.»

La zona intermedia. Né dentro né fuori. Non è il dolore, non è il mondo reale — è lo spazio delle fantasie, dei progetti futuri, delle considerazioni astratte, dei piani grandiosi. Perls la chiamava senza mezzi termini mind fucking (seghe mentali): il pensiero che gira su se stesso, che produce eccitazione senza contatto, che dà l’impressione di essere vivi senza mai toccare davvero niente.

Amleto non retroflette — non si odia, non si distrugge. Non proietta — non scarica l’odio su bersagli sbagliati. Lo deflette. Lo trasforma in pensiero, in filosofia, in teatro, in dubbio. E intanto, intorno a lui, muoiono tutti.

Il paziente in adolescenza

Torniamo al nostro paziente. Da bambino ha ingoiato l’odio verso il padre, lo ha retroflesso fino a non sentirlo più. Poi arriva l’adolescenza — il corpo cresce, l’energia aumenta, la gabbia familiare diventa troppo stretta.

Ma quell’odio è ancora sepolto. Troppo pericoloso da sentire, troppo vietato, troppo solo. Quindi non viene sentito. Viene aggirato — con stile. È il più divertente del gruppo. Progetta futuri felicissimi, gira il mondo, non è mai fedele in amore ma si giustifica sempre. Non è mai triste, mai arrabbiato, mai spaventato. Sempre positivo, sempre goloso di vita, sempre con una nuova idea che spazza via quella del giorno prima. Il contatto con la famiglia? C’è sempre qualcosa di più interessante da fare.

Nessuno gli dirà mai che sta fuggendo. Perché sembra che stia vivendo.

Amleto almeno sapeva di stare rimandando. Il nostro paziente non sa nemmeno quello.

E la zona intermedia, per quanto eccitante, prima o poi si esaurisce.

3a analisi transculturale: il Dhammapada e la proiezione

«L’odio non cessa con l’odio; l’odio cessa solo con l’amore. Questa è una legge eterna.»

Dhammapada, v. 5

Questa frase viene letta quasi sempre come un invito al perdono. Come se il Buddhismo stesse dicendo: sii buono, lascia andare, non odiare.

Non è questo che dice.

Dice qualcosa di molto più preciso: l’odio che si nutre di odio non si esaurisce — si moltiplica. Chi cerca di soffocare l’odio con più odio, chi lo sfoga su tutto e tutti senza mai guardarlo in faccia, non lo risolve. Lo alimenta. Cambia bersaglio, cambia forma, ma resta lì — intatto, anzi cresciuto.

In Gestalt questo meccanismo ha un nome: proiezione.

Ed è l’altro modo — opposto alla retroflessione, ugualmente cieco — in cui l’odio che non viene attraversato cerca una via di fuga.

Se la retroflessione è l’odio che si ritorce verso l’interno, la proiezione è l’odio che viene sparato verso l’esterno — ma in modo distorto, senza consapevolezza. Non verso chi ha davvero fatto del male, ma verso chiunque capiti a tiro. Il partner, i colleghi, i figli, il traffico, il governo, il mondo intero.

Sempre Ginger, citando Perls, la definisce così:

«Proiezione: tendenza ad attribuire all’ambiente la responsabilità di ciò che ha origine dal sé.»

È l’inverso dell’introiezione. L’introiezione è ingoiare un’idea senza masticarla — come si ingoia una mela intera senza mordere, senza scegliere, senza digerire. Quell’idea entra dentro e vive come un corpo estraneo, un essere a sé che non è stato “masticato” eticamente ma ingoiato moralmente. Il giudizio del padre che diventa voce interna. Il “non vali abbastanza” che si installa e parla in prima persona.

La proiezione funziona al contrario: ciò che non riusciamo a riconoscere come nostro — la rabbia, l’odio, il desiderio di fare del male — lo espelliamo fuori e lo attribuiamo agli altri. Non sono io ad essere arrabbiato con mio padre. È mio fratello che è sempre aggressivo. Non sono io a odiare. È il mondo che mi odia.

Il paziente, trent’anni dopo

Riprendiamo il nostro paziente. Ha retroflesso l’odio per decenni — lo ha portato dentro, lo ha fatto suo, ha costruito su quel veleno silenzioso una parte della sua identità. Ma la retroflessione non regge per sempre. A un certo punto l’energia trova uno sfogo — e quando non riesce ad andare verso il padre, va altrove.

Non sta esagerando. Sta proiettando. L’odio che non ha potuto dirigere verso la fonte originale si riversa sui surrogati — e ogni volta che lo fa, si allontana un passo in più dalla possibilità di guardare davvero cosa porta dentro.

4a analisi transculturale: Seneca e l’egotismo

«L’ira è l’impulso di un animo eccitato verso chi ha fatto del male o sembra averlo fatto, con il desiderio di vendicarsi.»

Seneca, De Ira, I, 2, 3 (39-41 d.C.)

Seneca conosce l’odio molto bene, anche se lo nominalizza nella sua versione attiva: l’ira.

Le dedica tre libri interi — la definisce, la anatomizza, la segue nei suoi movimenti, ne descrive i sintomi fisici con una precisione quasi clinica: occhi ardenti, labbra tremanti, volto stravolto, respiro affannoso. Sa esattamente cos’è, da dove viene, cosa vuole.

E poi passa trecento pagine a spiegare come non sentirla.

L’ira, per Seneca, è una “breve follia” — qualcosa da evitare assolutamente, da governare con la ragione, da prevenire attraverso l’esame di coscienza serale, il rinvio dell’azione, la virtù stoica. Si oppone persino ad Aristotele, che ammetteva una certa ira giusta davanti all’ingiustizia. No — dice Seneca — nemmeno quella. Il saggio non si adira mai. La forza vera sta nel dominio, non nello sfogo.

È una posizione intellettualmente impeccabile. Ed è esattamente l’introietto che il nostro paziente ha ingoiato da bambino — tradotto in versione familiare e cattolica: l’odio non si sente, non si esprime, si domina. Si razionalizza. Si mette al suo posto.

Seneca ha scritto il manuale. Il padre del paziente lo ha applicato senza saperlo.

L’egotismo: capire tutto, sentire poco

Ginger, riprendendo Goodman, definisce l’egotismo come:

«Egotismo: ipertrofia artificiale dell’io, mirante a incoraggiare il narcisismo e l’assunzione di responsabilità come preparazione all’autonomia. Si tratta di una fase transitoria che deve essere superata nel corso della terapia da un pieno contatto.»

L’egotismo non è patologia — è una tappa necessaria. È il momento in cui l’io si espande abbastanza da osservare i propri meccanismi. Finalmente li vede. Li nomina. Li analizza. È consapevolezza reale — non più fuga, non più ingoio.

Ma è ancora fuori dal contatto pieno. L’io è diventato così lucido, così capace di osservare tutto dall’alto, che proprio questa lucidità diventa l’ultimo ostacolo prima della resa. Capisco tutto — e quindi non devo ancora sentire niente.

Seneca è l’egotismo portato al massimo della sua forma. Un uomo che sa tutto dell’ira — e sceglie deliberatamente di non attraversarla mai.

Il paziente in studio — finalmente arrabbiato con suo padre

La deflessione prima o poi si esaurisce. I viaggi finiscono, i progetti si svuotano. E il paziente arriva in studio.

E qui succede qualcosa di preciso: comincia a capire tutto. Riconosce la retroflessione, individua la proiezione, vede la deflessione. Lo dice con intelligenza, con chiarezza, con una capacità di analisi che sorprende. Poi arriva il momento — e arriva sempre — in cui gli chiedo:

«Cosa provi adesso verso tuo padre?»

Sa tutto. Capisce tutto. Ha persino le parole giuste — “condizionato”, “limitato”, “radici lontane.” È Seneca che parla — razionale, lucido, impeccabile.

E l’odio è ancora lì, intatto, sotto tutto quel capire.

Seneca ha scritto il De Ira per tutta la vita. Non sappiamo se abbia mai smesso di analizzare e cominciato a sentire.

Il nostro paziente, invece, è seduto su quella sedia. Ed è quasi pronto.

Ultima analisi transculturale: Victor Hugo e l’interdipendenza

«Era diventato un uomo terribile. Era diventato cupo. Aveva conservato l’abitudine di non parlare mai e di non ridere mai. Qualcosa come un silenzio rabbioso si era fatto in lui.»

Victor Hugo, I Miserabili, 1862, Parte Prima, Libro II

Jean Valjean esce dal bagno penale dopo diciannove anni. Era entrato per aver rubato un pane. Ne esce con un odio compatto, solido, costruito mattone su mattone nel corso di quasi due decenni di umiliazioni, violenze, soprusi. Non è un odio nascosto, non è retroflesso, non è deflesso in fantasie o razionalizzazioni. È identità. Jean Valjean è quell’odio — lo porta scritto in faccia, nel modo di camminare, nel modo di guardare chiunque gli si avvicini.

La società lo ha fatto. La famiglia non lo ha protetto. Il sistema lo ha distrutto per un pane. E lui odia — il sistema, i gendarmi, i preti, i borghesi, chiunque rappresenti l’ordine che lo ha sepolto vivo. Non c’è niente da giustificare, niente da analizzare. È una risposta onesta a vent’anni di violenza reale.

Poi arriva il vescovo Myriel.

Valjean lo deruba nel cuore della notte — ruba l’argenteria, scappa. Viene ripreso dai gendarmi e riportato dal vescovo. E il vescovo fa una cosa che Valjean non ha mai visto fare in vita sua: dice ai gendarmi che l’argenteria era un regalo. Lo lascia andare. E aggiunge, sottovoce, che ha dimenticato i candelabri d’argento.

Non è perdono nel senso cattolico. Non è una lezione morale. È un atto di dignità inaspettato — forse il primo che Valjean riceve da un altro essere umano in vent’anni. E qualcosa si rompe. Non l’odio — l’identità costruita sull’odio. Per la prima volta Valjean non sa più chi è.

«Che cosa era quell’uomo? Quell’uomo era una cosa inaudita. Quell’uomo era un essere superiore. Aveva detto: voi siete mio fratello. Cosa significava? Non era un prete. Non era un angelo. Chi era?»

— Victor Hugo, I Miserabili, 1862, Parte Prima, Libro II

L’interdipendenza matura

Quello che costruisce Valjean dopo non è una vita di pace e armonia. Diventa sindaco, salva persone, si prende cura di Cosettenon perché abbia perdonato lo Stato, non perché si sia riconciliato con niente. Non torna mai da chi lo ha condannato. Non cerca la redenzione agli occhi di nessuno.

Costruisce una vita sua — scelta da lui, radicata nel mondo che ha scelto lui, con le persone che ha scelto lui. Non è più definito dall’odio che lo ha formato. Non è nemmeno liberato da esso — lo porta ancora, lo conosce, sa da dove viene. Ma non lo governa più.

Ginger, citando Jean-Marie Robine, chiama questa tappa interdipendenza matura, l’ultima tappa dello sviluppo della responsabilità:

  • dipendenza del bambino nell’attaccamento alla famiglia;
  • controdipendenza aggressiva dell’adolescente;
  • indipendenza egoista dell’adulto attraverso il difficile e progressivo distacco;
  • interdipendenza matura nella presa di coscienza di un riattaccamento fondamentale all’ambiente sociale e cosmico.

Non è la fine dell’odio. È la fine del dominio dell’odio.

Valjean non smette di sapere cosa gli è stato fatto — lo sa fino all’ultimo respiro. Ma smette di essere solo quello. Diventa qualcuno che ha scelto come stare nel mondo, con chi, e su quali basi. Non per grazia divina. Per contatto pieno con se stesso.

Questa è la fase verso cui lavora la terapia Gestalt. Non elimina l’odio — lo attraversa, così come ogni altro sentimento, per vedere se poi è possibile farne qualcosa di buono.

Niccolò Di Paolo | Psicologo Gestalt

Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11261). Ricevo presso lo studio professionale di Firenze (zona Piazza Alberti), Bologna (zona San Vitale) e tramite consulenza Online.

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