Pubblicato da Niccolò Di Paolo | Percorso Esistenziale
C’è una frase che gli italiani si tramandano come se fosse saggezza popolare, e invece è psicologia sociale travestita da proverbio: nessuno è profeta in patria.
Non è rassegnazione. Non è un invito a trasferirsi. È una descrizione precisa di un meccanismo che la sociologia, l’antropologia e le neuroscienze hanno poi confermato con strumenti che i nostri nonni non avevano — ma che in qualche modo avevano già capito.
Se ti sei mai sentito antipatico in un ambiente dove sapevi di non esserlo, se hai mai percepito ostilità non guadagnata, freddezza non spiegabile, resistenza a prescindere da quello che facevi — questo articolo è per te.
Perché a volte non sei il problema. Sei semplicemente nel posto sbagliato.
E la differenza non è piccola.
Il paese dei ciechi: quando la vista è il problema
Nel 1904 H.G. Wells pubblica un racconto breve che vale più di molti trattati di psicologia sociale: The Country of the Blind.
Un alpinista, Nunez, scivola su una parete e precipita in una valle isolata dalle Ande. Una valle abitata da una comunità di persone cieche da generazioni — ciechi dalla nascita, figli di ciechi, nipoti di ciechi. Una società perfettamente funzionante, con la propria lingua, la propria architettura, le proprie strade costruite con la logica di chi si muove nell’oscurità.
Nunez ricorda il proverbio: nel paese dei ciechi, chi ha un occhio è un re. Pensa di poter insegnare, guidare, comandare. Pensa che la sua capacità di vedere sia un vantaggio incommensurabile.
Non capisce niente.
I ciechi non lo percepiscono come superiore — lo percepiscono come malato. Parla di cose che non esistono (i colori, il cielo, le nuvole). Si muove in modo strano. Dice parole senza senso. Il loro medico, dopo un’attenta diagnosi, conclude che i suoi problemi comportamentali derivano da quegli organi malati, irritati, sporgenti che ha al posto degli occhi. La cura? Toglierglieli.
Nunez sta quasi per accettare l’operazione — per amore di una donna del villaggio — prima di scegliere di fuggire verso le montagne.
Perché odiamo i vicini e facciamo gemellaggio con i lontani
Esiste un paradosso che chiunque abbia frequentato uno stadio in Italia conosce bene.
Quali sono le partite più accese? I derby: Roma-Lazio, Inter-Milan, Pisa-Livorno, e via via.
E come avvengono i gemellaggi? Tra l’incontro di tifoserie lontane: i tifosi della Fiorentina sono gemellati con Verona, Catanzaro, Torino, Sporting Lisbona — nessuna delle quali è a meno di due ore di macchina. Siena, invece, che dista a meno di sessanta chilometri, è in cima alla lista dell’odio.
E se entriamo dentro Siena scopriamo che il Palio racconta la stessa storia su scala ancora più ridotta
Le contrade nemiche a Siena sono quasi sempre quelle confinanti, quelle che condividono un muro, una fontana, una strada. Tartuca e Chiocciola si odiano da secoli eppure stanno entrambe nel Terzo di San Martino. Istrice e Lupa litigano a ogni Palio e si trovano accanto di casa.
Le contrade “aggregate” — quelle amiche o meglio “non nemiche” — sono invece spesso dall’altro capo della città, dove non c’è nulla da contendersi. Ci sono contrade che festeggiano non quando vincono, ma quando il rivale perde!
Come mai?
Nel 1954 Leon Festinger pubblica la sua teoria del confronto sociale: gli esseri umani valutano le proprie capacità e opinioni confrontandosi con gli altri, ma quasi esclusivamente con chi percepiscono come simile. Il confronto con chi è lontano — geograficamente, socialmente, culturalmente — non produce minaccia. Non c’è competizione. Non c’è specchio.
Il vicino invece è uno specchio perfetto. Ha la stessa lingua, le stesse possibilità di partenza, gli stessi riferimenti culturali. Se lui ha più successo di te, la spiegazione non può essere “ha avuto un contesto diverso”. La spiegazione diventa scomoda, personale, intollerabile.
Tajfel e Turner lo hanno formalizzato negli anni Settanta con la Social Identity Theory: la nostra identità di gruppo si costruisce per differenziazione dal simile, non dal diverso. Abbiamo bisogno che il nostro gruppo sia migliore di quello accanto. Non di quello all’altro capo del mondo — di quello dietro al muro di casa.
Helmut Schoeck: l’invidia come cemento sociale
Nel 1966 il sociologo tedesco Helmut Schoeck pubblica Envy: A Theory of Social Behaviour — uno studio monumentale ma un po’ scomodo e che pochi amano citare.
La tesi centrale: l’invidia non è un’aberrazione morale. È un meccanismo regolatore delle società umane.
Ogni gruppo umano ha bisogno di un livellamento. Chi emerge troppo rompe l’equilibrio, rende gli altri consapevoli della propria posizione relativa, crea uno specchio in cui la maggioranza vede riflessa la propria mediocrità. Il gruppo risponde con la soppressione — a volte sottile, a volte brutale.
Schoeck lo documenta in decine di culture diverse: nelle società contadine europee dove chi comprava un campo in più veniva ostracizzato, nelle tribù africane dove il successo individuale veniva redistribuito a forza, nelle comunità moderne dove il conformismo è la tassa silenziosa che tutti pagano per essere accettati.
L’invidia non dice “voglio quello che hai”. Dice “non dovresti averlo”.
È una distinzione fondamentale. Chi ti invidia non sta necessariamente desiderando la tua vita — sta desiderando che tu torni al livello comune. Che tu smetta di disturbare.
René Girard e il desiderio mimetico: “voglio quello che quello che vuoi tu”
René Girard ha impiegato tutta la sua carriera a dimostrare una cosa semplice e devastante: non desideriamo le cose in sé. Le desideriamo perché le desidera qualcuno simile a noi.
Il desiderio è mimetico — si copia, si trasmette per contagio. E il modello del desiderio non è mai qualcuno lontanissimo, irraggiungibile, diverso. È qualcuno vicino. Un fratello, un collega, un vicino di casa. Qualcuno abbastanza simile da rendere credibile che quello che ha potrebbe essere nostro.
Questo trasforma il simile in qualcosa di ambivalente: è allo stesso tempo modello e rivale. Lo ammiri perché ti mostra cosa è possibile. Lo odi perché ti ricorda cosa non hai ancora raggiunto.
Girard chiama questo il doppio mediatore — la persona che ci indica il desiderio e che simultaneamente diventa ostacolo a quel desiderio.
In termini gestaltici: il vicino che ti invidia non ha un problema con te. Ha un problema con il desiderio che tu gli stai attivando. Tu non hai fatto niente. Sei semplicemente diventato il suo mediatore — la prova vivente che qualcosa che vuole è possibile. E questo è insopportabile.
Melanie Klein: l’invidia non si impara
Melanie Klein, pilastro della psicologia del 900, ha spostato il focus sull’infanzia.
Dalla sua osservazione sugli infanti osserva, e poi affferma nella sua “teoria delle relazioni oggettuali”, che l’invidia non è una risposta all’esperienza ma è una struttura della psiche presente fin dai primi mesi di vita.
L’oggetto originario dell’infante è il seno materno: non in senso letterale, ma come prima rappresentazione di un bene esterno che nutre, che soddisfa, che esiste indipendentemente dal bisogno del bambino.
Ma proprio questa dipendenza genera un impulso distruttivo
Il seno è buono, ma proprio perché è buono, e perché non appartiene al bambino, produce in lui qualcosa che Klein chiama invidia primaria, ovvero il desiderio di danneggiare ciò che non può controllare, di intaccare la bontà di ciò che non può possedere interamente.
L’invidia kleiniana è strutturale — il lato d’ombra inevitabile del desiderio, presente prima che il soggetto abbia gli strumenti per riconoscerlo o elaborarlo.
Da questa teoria potremmo dedurre che:
chi invidia non sta dicendo qualcosa di sé che ha a che fare con l’altro, ma qualcosa di sé che ha a che fare con la propria incapacità di tollerare l’esistenza di un bene percepito come irraggiungibile.
La persona invidiata è il seno: il problema è antico, è suo, ed esiste da molto prima che qualcuno di esterno glielo rimembrasse.
La Tall Poppy Syndrome: il papavero che cresce troppo
In Australia hanno un nome per questo meccanismo: Tall Poppy Syndrome — la sindrome del papavero alto.
In un campo di papaveri, quello che cresce più degli altri viene tagliato. Non perché sia malato. Perché disturba la linea.
L’espressione è documentata antropologicamente non solo in Australia, ma in Giappone (deru kui wa utareru — il chiodo che sporge viene martellato), in Scandinavia (la legge di Jante, che proibisce di pensare di essere migliore degli altri), in Inghilterra (cutting down to size).
È un fenomeno universale, non una peculiarità italiana. Anche se da noi ha sfumature particolari — un paese cattolico, con una cultura della colpa e dell’umiltà, dove l’orgoglio è considerato vizio capitale e il successo personale suscita sospetto.
Mary Douglas, nella sua antropologia classica Purezza e pericolo, descrive come ogni sistema culturale classifichi come “sporco” ciò che disturba le sue categorie. Non perché sia igienicamente impuro — ma perché è fuori posto.
Chi emerge troppo rispetto alla norma del gruppo non è “cattivo” in senso morale: è anomalo. E l’anomalia, nei sistemi simbolici, fa paura. Va eliminata.
L’ostracismo: il dolore che il cervello non dimentica
Fin qui abbiamo parlato di invidia come fenomeno sociale e antropologico. Ma c’è un momento in cui l’invidia smette di essere uno sguardo freddo e diventa esclusione attiva — e lì il discorso cambia registro.
L’ostracismo è reale. Ha un costo neurologico misurabile.
Kipling Williams, psicologo sociale dell’Università di Purdue, ha dedicato trent’anni a studiarlo. Uno degli esperimenti più citati nelle neuroscienze sociali: i partecipanti giocano a un semplice gioco online di lancio di una pallina virtuale con altri due giocatori (in realtà simulati). A un certo punto, gli altri due smettono di passare la pallina al soggetto reale.
Il risultato? Attivazione della corteccia cingolata anteriore dorsale — la stessa area che si attiva nel dolore fisico.
Naomi Eisenberger, neuroscienziata UCLA, ha replicato e approfondito questi risultati: il cervello umano non distingue tra dolore fisico e dolore da esclusione sociale. Neurobiologicamente, essere tenuti fuori dal gruppo fa male esattamente come una bruciatura.
Questo non è retorica. Non è ipersensibilità. È fisiologia.
Detto questo — e questo è importante — riconoscere che l’ostracismo fa male non significa che dobbiamo evitarlo a tutti i costi. Significa che dobbiamo valutarlo con lucidità. Perché c’è una differenza enorme tra subire l’ostracismo senza capirlo (e quindi intossicarsene) e scegliere consapevolmente di stare in un posto dove fai attrito, sapendo che quel prezzo ha un senso.
Trasformare la vergogna e la frustrazione in informazione (e perchè no, Narcisismo, quello sano)
La lettura Gestalt: il campo ti sta dicendo qualcosa
In Gestalt usiamo spesso il concetto di campo — l’insieme delle relazioni tra un organismo e il suo ambiente. Nessuno esiste in isolamento: siamo sempre in relazione con qualcosa, e quella relazione ci forma, ci informa, ci trasforma.
Quando in un campo specifico generi sistematicamente attrito, invidia, ostilità — hai due possibilità di lettura:
– La prima: hai un problema. Stai facendo qualcosa che disturba, stai proiettando, stai attivando dinamiche che ti appartengono.
– La seconda: il campo ha un problema, e tu sei in un ambiente che non ha gli strumenti per contenere quello che sei.
L’invidia che ricevi è una mappa. Ti dice dove sei arrivato. Ti dice che stai emergendo abbastanza da disturbare, ma ti dice, indirettamente, anche che stai crescendo.
“Nessuno è profeta in patria”
Il detto evangelico — Nemo propheta in patria — di solito viene letto come lamento, come se Gesù stesse dicendo: pazienza, il mondo non capisce i grandi.
Ma c’è una lettura più interessante.
Chi ti conosce da prima che tu diventassi quello che sei ha una resistenza neurologica ad aggiornarsi. La cognizione sociale è costosa: cambiare il modello che abbiamo di una persona richiede energia, richiede riconoscere che ci siamo sbagliati, richiede — e questo è il punto — ammettere che nel frattempo quella persona è cresciuta e forse noi no.
I tuoi familiari, i tuoi compagni di scuola, i tuoi vecchi colleghi — hanno una versione di te consolidata, economica, confortante. Ogni tua trasformazione reale è una minaccia a quella versione. Non per cattiveria. Per inerzia cognitiva e, sì, per invidia.
Il profeta in patria non viene rifiutato perché è falso. Viene rifiutato perché è reale. Perché se è vero che ce l’ha fatta, allora il problema non era il contesto — e questa è una verità che non tutti riescono a sostenere.
Ma non tiriamocela toppo! C’è qualcosa di nostro in questa storia
Fin qui abbiamo parlato degli altri. Di chi invidia, di come funziona il meccanismo, di perché il campo sbagliato ci rende automaticamente un bersaglio.
Ma perché continuiamo a stare in quel campo?
La persona invidiata non è estranea alla dinamica, è nella dinamica.
Non nel senso morale del termine — non ha colpa di niente — ma dal punto di vista meramente fenomenologico: c’è qualcosa di nostro in questa storia. Qualcosa che attiva, che provoca, che mantiene vivo quel meccanismo.
Ci piace essere invidiati?
Non rispondiamo troppo in fretta, ma siamo onesti: c’è qualcosa di narcisisticamente soddisfacente nell’essere riconosciuti come minaccia.
L’invidia degli altri diventa una misura del proprio peso nel mondo e anche una trappola (narcisistica) come misura dei propri insuccessi: “non ce l’ho fatta perchè sono stato invidiato dai vicini”.
E se invece la cosa ci fa davvero soffrire, se davvero non c’è un narcisistico attaccamento a un’immagine vittimistica della propria vita, una giustificazione alla propria frustrazione, allora mi pongo un’altra domanda.
Se sono io stesso ad alimentare questa invidia, da dove viene il mio bisogno di conferma?
Come sempre, dalla famiglia, o meglio, dalla NOSTRA storia familiare
Forse emergere era l’unico modo per essere visti?
Forse dietro la vanità, dietro l’orgoglio, dietro il vittimismo, dietro la superbia, dietro l’egocentrismo, c’è un bisogno di amore?
Magari fare cose “straordinarie”, essere brillanti o quantomeno provare a esserlo, distinguersi, era la tassa che si pagava per ricevere attenzione e amore?
Magari essere normali significava sparire, o magari attenersi alle regole era il modo per essere amati e allora siamo diventati dei sergenti delle norme sociali.
O magari tutto questo era solo quello che credevamo, perchè
Non sempre i deliri di come farsi amare funzionano davvero
Anzi, direi quasi mai: spesso sono davvero puri deliri, fantasie o illusioni di controllo.
Se abbiamo imparato, ad esempio, visibilità uguale amore non è detto che in famiglia si venisse davvero amati quando eccellevamo.
Quella equazione l’abbiamo incisa nel nostro sistema nervoso ma non necessariamente perchè la famiglia la rinforzasse, ma semplicemente perchè non siamo stati visti sufficientemente e ci siamo inventati modi per attrarre attenzione.
Abbiamo liberamente e fantasticamente vincolato questa causa-effetto sperando che funzionasse di nuovo.
Tornando all’invidiato, oggetto di questo articolo, probabilmente non ha ancora capito che , quella stessa visibilità — quella che in famiglia poteva essere necessaria per sopravvivere, o che credevamo servisse per essere amati e visti— in certi ambienti adulti produce l’effetto opposto.
Nel mondo eccellere non ci fa amare: ci fa invidiare. Ci isola. Ci rende antipatici.
E paradossalmente, potremmo continuare ad alzare il volume proprio quando il campo si irrigidisce — perché il nostro sistema conosce solo quella risposta.
Più non ci vedono, più ci mostriamo.
Più ci mostriamo, più il campo si chiude.
È una trappola con la nostra firma sopra.
C’è anche un altro lato da guardare, meno tenero.
Restare antipatici, in fondo, è comodo. Ci dà ragione. Ci mette nella posizione dell’incompreso, del troppo avanti, del profeta senza patria. È una narrativa identitaria potente — e non del tutto falsa, abbiamo visto.
Ma attenzione: finché stiamo facendo una guerra contro il campo, stiamo perdendo in partenza.
Anche Mike Tison nella sua forma migliore contro dieci pugili mediocri perde di sicuro.
E quindi? Cambiamo ambiente?
Magari sì.
Se usciamo — se cambiamo ambiente, se troviamo il campo giusto — potremmo sollevarci per un breve o lungo periodo.
Ma inconsapevolmente, prima o poi, potremmo portarci dietro quella stessa dinamica, perchè purtroppo a noi esseri umani piace ripetere gli schemi appresi in famiglia, perchè che lo vogliamo o meno il nostro destino se non ci portiamo attenzione ripete ciò che è impresso nel nostro carattere, e potrebbe succedere che nel nuovo gruppo di lavoro, nel nuovo gruppo di amici, di compagni di squadra, ripresenti la nostra trama iniziale.
Non perché siamo condannati a ripeterla, ma perché
Il meccanismo dell’invidia non abita nel campo: abita in noi
In come ci presentiamo, in quanto spazio prendiamo, in cosa attiviamo nelle persone vicine prima ancora di aprire bocca, nei nostri movimenti, nei nostri sorrisi, nel nostro CARATTERE.
E allora come facciamo?
Non ho una risposta generale, non esistono soluzioni per tutti uguali, chi vende questo sui social vi sta fregando: è puro marketing. Ognuno deve trovare la sua soluzione creativa.
Ci sono mille modi per accedere alla propria creatività. Quello che in Gestalt facciamo è cercare di abitare il vuoto fino a che non emerge qualcosa.
Un psicologo Gestalt è una persona che ha allenato il suo contatto col vuoto e che tiene duro accanto al paziente mentre abita il suo. E davvero succede: magicamente, da quel vuoto, viene fuori qualcosa di davvero creativo.
E quando generiamo un’idea originale — una soluzione nuova, una connessione inaspettata, una risposta creativa a un problema esistenziale — il cervello attiva il sistema mesolimbico della ricompensa: l’area tegmentale ventrale rilascia dopamina verso il nucleus accumbens, la stessa via che si attiva nel piacere fisico, nel cibo, nel sesso, nel legame affettivo.
In altre parole: trovare una soluzione creativa fa letteralmente piacere al cervello. Non è una metafora. È fisiologia.
Uno studio del 2024 su bioRxiv (Lopez-Persem et al., “The human reward system encodes the subjective value of ideas during creative thinking”, Communications Biology, 2025) ha mostrato che il sistema della ricompensa codifica il valore soggettivo delle idee durante il pensiero creativo — il cervello assegna un “prezzo” emotivo alle soluzioni, e quelle originali vengono trattate come ricompense.
E in Gestalt proviamo pure ad attuarle
In seduta, quello che emerge dal vuoto non resta sul piano delle idee: lo portiamo nel corpo, nell’azione, nel contatto. Lo proviamo qui e ora, dentro la relazione terapeutica.
Ed è lì che avviene il cambiamento. La famosa “psicoterapia”.
Niccolò Di Paolo | Psicologo Gestalt
Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11261). Ricevo presso lo studio professionale di Firenze (zona Piazza Alberti), Bologna (zona San Vitale) e tramite consulenza Online.
