La vendetta ha senso, e non è solo un capriccio emotivo. È una risposta umana radicata, una pulsione che attraversa le culture e le epoche, un riflesso della nostra natura intrapsichica che si attiva di fronte a una ferita narcisistica. È la rabbia a innescare il desiderio di vendetta, ma dietro la rabbia si cela spesso un’ego che sanguina.
Dalle saghe vichinghe agli epigrammi di Confucio, dalle Erinni della tragedia greca al melodramma latinoamericano, la vendetta attraversa epoche e culture senza mai perdere il suo significato essenziale. Cambiano le forme, si trasformano i codici morali e sociali, ma il nucleo rimane intatto: una risposta speculare – uguale, contraria o amplificata – a chi ha inflitto il colpo. Un rito ancestrale di riequilibrio, un atto che mira a colmare il divario tra il torto subito e la giustizia percepita.
La ferita narcisistica non è solo dolore: è un terremoto identitario, un colpo diretto alla percezione di noi stessi. La vendetta, allora, non è soltanto un impulso reattivo, ma un tentativo di restauro: un modo per ricomporre il nostro valore agli occhi nostri e altrui. Che si manifesti in un’azione concreta o in una rivalsa silenziosa, la vendetta agisce come una colla emotiva, cercando di ricucire l’ego lacerato e restituirci la sensazione di essere di nuovo integri.
La vendetta come costante transculturale
Pensa alle Saghe islandesi, dove la vendetta è il motore della narrazione. In storie come la Saga di Njáll, le faide familiari si susseguono per generazioni: un’offesa, un insulto, una morte, e si accende un ciclo infinito di vendette. Non importa quanto tempo passi: il debito di sangue va saldato. Nella tragedia greca, la vendetta ha molto senso ed è altrettanto centrale. Oreste, spinto dal dovere verso il padre Agamennone assassinato, uccide la madre Clitennestra per ristabilire l’ordine. Ma la vendetta non si ferma lì: Oreste viene perseguitato dalle Erinni, incarnazioni della colpa, a dimostrazione che il ciclo della vendetta porta con sé conseguenze inevitabili.
Confucio (il solito moralista) ammoniva che “prima di intraprendere un viaggio di vendetta, bisogna scavare due tombe”: una per il nemico e una per sé. Nelle culture orientali, dove l’equilibrio e l’armonia sono centrali, la vendetta è presente, ma viene vista con cautela. Tuttavia, non scompare: basti pensare al seppuku, il suicidio rituale giapponese, che spesso era una forma di vendetta morale per ripristinare l’onore perduto.
Il rischio di non vendicarsi
“Perdona” dice la morale cattolica. Ma cosa accade se la rabbia non trova una valvola di sfogo? Finisce per riversarsi su bersagli facili, spesso innocenti. Quanti di noi, incapaci di affrontare chi ci ha ferito, hanno scaricato la rabbia su chi non lo meritava?
Pensa a un genitore stressato dal lavoro che, tornato a casa, urla contro il figlio per una sciocchezza, o a una coppia che litiga furiosamente perché uno dei due ha accumulato frustrazione sul lavoro e non ha trovato un modo sano per esprimerla. Sono dinamiche comuni, ma rivelano quanto sia pericoloso ignorare la rabbia. È così che il ciclo del dolore si perpetua: un capo svaluta un dipendente, che torna a casa e scarica quella frustrazione sul partner o sui figli.
Non possiamo trasformare ciò che ci neghiamo
È lì, in quella consapevolezza, che si trova il punto di svolta: affrontare il dolore per chi ti ha ferito e decidere di non diventare il prossimo anello del ciclo della sofferenza. Prendi la ragazza che ti lascia perché sei in sovrappeso. Potresti trascinarti in una spirale di autocommiserazione o sfogare la rabbia su chi non c’entra nulla. Oppure, puoi fare qualcosa per te stesso. Ti metti a dieta, ti prendi cura di te, e magari trovi una partner più bella (e meno superficiale). È vendetta? Forse. Ma è anche auto-miglioramento.
Desiderare un po’ di dolore per chi ti ha ferito non è mostruoso. È umano. Si chiama sadismo, ma non per questo è qualcosa di demoniaco. Stiamo parlando di un dolore narcisistico: quella piccola ferita nell’ego dell’altro che lo costringe a vedere ciò che ha fatto, che lo fa riflettere sulle sue scelte.
La rabbia come propulsione: da “ad gredior” a “andare verso”
L’aggressività deriva dal latino ad gredior, che significa “andare verso”. È un’energia propulsiva, capace di spingerci a superare gli ostacoli, a trasformare il disagio in azione. La vendetta ha senso e, in questo contesto, può diventare una forma di movimento: un modo per andare oltre il dolore e ricostruire l’equilibrio che ci è stato tolto.
Perché, sì, il comportamento di chi ci ha ferito può essere stato vigliacco, meschino, ma non deve cancellare tutto ciò che è stato prima. Il dolore, quello vero, allontana gli stronzi e avvicina gli amici.
La vendetta che costruisce ha senso!
La vera vendetta non è gridare più forte di chi ti ha ferito, ma è una scelta: andare verso i tuoi obiettivi invece di restare intrappolato in un ciclo di rabbia e risentimento, per restaurare il tuo ego e ledere l’ego di chi ci ha ferito. Perché alla fine, la vendetta non riguarda l’altro. Riguarda noi. Ecco perché la vendetta ha senso. Ha fottutamente senso.
Usa la rabbia per toglierti da lì! Allontanati, poi ascolta quel dolore e pianifica la tua rinascita. Scappa di lì, cura le ferite, costruisci la tua armatura, e poi torna a giocare la tua partita.
E se leggere queste righe ha fatto vibrare una corda, se hai sentito il peso di una ferita o la spinta di una rabbia che aspetta solo di diventare direzione, non lasciarla spegnere. La fenomenologia dei sentimenti non è teoria, è pratica di vita.
Possiamo esplorare insieme questi vissuti in un percorso individuale, oppure puoi unirti a noi in uno dei prossimi Eventi Gestalt: che sia un Laboratorio, un Seminario o un Workshop, sono spazi nati per dare corpo e voce a ciò che proviamo.
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Niccolò Di Paolo | Psicologo Gestalt
Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11261). Ricevo presso lo studio professionale di Firenze (zona Piazza Alberti), Bologna (zona San Vitale) e tramite consulenza Online.