Pubblicato da Niccolò Di Paolo | Percorso Esistenziale
C’è un momento — difficile da nominare, facile da ignorare — in cui qualcosa inizia a non tornare.
Non è una crisi. Non è un crollo. È qualcosa di più sottile: un rumore di fondo che non si spegne, una stanchezza che non passa con il sonno, una sensazione vaga che la vita che stiamo vivendo e la vita che vorremmo vivere non coincidono più del tutto. O forse non hanno mai coinciso, e fino ad oggi siamo riusciti a non accorgercene.
Potremmo chiamarlo “disagio”, ma non è altro che un messaggio, un segnale del nostro organismo che vuole portare la nostra attenzione su qualcosa che non stiamo considerando, o ultimamente o da tutta una vita.
Tra noi e quel segnale c’è un sistema di copertura raffinato, collaudato, socialmente incoraggiato ma quasi invisibile, che scatta ogni volta che stiamo per avvicinarci a qualcosa di scomodo
L’evitamento come droga moderna
Non è una scelta consapevole — non decidiamo di distrarci. Semplicemente, un istante prima di sentire, l’attenzione si sposta. Sul telefono, su un pensiero, sulla nicotina, sull’alcol, sulla caffeina, sul lavoro, sul cibo, sulla serie Netflix. Ognuno ha i suoi escamotage, e sono fighissimi! Ci arrabbiamo con il primo stronzo che guida male, con la cassiera che non ci saluta. Ci arrabbiamo, ci frustriamo, fumiamo la sigaretta e speriamo che domani passi. Magari una birra. Magari due. Magari una cannetta. Magari una partita di calcetto non allenati dove tentiamo il goal in rovesciata.
Strumenti diversi, stessa funzione — occupare il momento esatto in cui potremmo accorgerci di come stiamo davvero. Non è una questione di vizio o virtù. È che qualsiasi cosa può diventare un evitamento quando viene usata per non sentire.
Facciamo un esperimento
Proviamo a contattare quel fastidio, ti va?
Qualunque cosa dovesse emergere — un ricordo, un’emozione, anche il momento più difficile della nostra vita — dobbiamo ricordarci una cosa: adesso siamo al sicuro. Siamo su un divano, su una sedia, al bar con il telefono in mano. Non siamo più lì. Siamo qui. Il passato può fare moltissime cose, ma non può toccarci adesso, in questo momento, in questo posto. Niente di male può succederci se ci fermiamo ad ascoltarci.
Niente di male può succederci se ci fermiamo ad ascoltarci. Anzi. Sono le venti sigarette al giorno che fumiamo per non sentire che ci stanno uccidendo.
Fermarsi ad ascoltarsi non è pericoloso, ma richiede onestà intellettuale, coraggio e silenzio. Non è come pensare alla propria vita mentre facciamo un bagno caldo o mentre spazziamo, mentre puliamo il giardino o mentre tagliamo le zucchine. E non è neanche una meditazione, dove tentiamo di spegnere il pensiero per contattare il respiro e il corpo.
Qui si tratta di usare corpo e mente per fare un viaggettino dentro di noi, partendo da una domanda semplice. Forse la più semplice che esista.
Come stai?
Non bisogna rispondere subito. Anzi, non bisogna rispondere proprio.
Nessun “bene, male, così così, dipende dai momenti”. Sono risposte che conosciamo a memoria, le diciamo prima ancora di esserci fermati a sentire.
Proviamo a fare una cosa diversa.
Respiriamo.
E ascoltiamo dentro di noi una voce amica — non un giudice, non un genitore, non qualcuno che si aspetta una risposta giusta — una voce amica che chiede, con tutta la calma del mondo:
Come stai?
Proviamo a dare valore a questa domanda non per la risposta che chiede in cambio, ma per la cura intrinseca di una domanda davvero interessata, una domanda che poniamo a noi stessi con amorevolezza.
Ascoltiamo queste parole dentro di noi senza occuparci della risposta.
Chiediamoci “come stai?” con cura aggiungendoci il nostro nome o come ci piace farci chiamare.
Come stai Nicco? Come stai Giovanna?
E respiriamo.
Se ci sei, se sei connesso o connessa col tuo sentire, possiamo andare avanti, immaginando ancora quella voce amica, che con voce paziente, con la stessa cura e la stessa voglia di conoscere, ci chiede
Cosa ti porta qui da me?
Se non ti piace come domanda puoi sostituirla con “Cosa c’è che non va?” “Cosa c’è che non ti torna?“
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“Sono stanco” – “Mi abbuffo in continuazione” – “Ho un nodo alla gola che mi impedisce di mangiare” – “Non riesco a dormire” – “Dormo troppo” – “Ho sempre mal di testa” – “Mi si chiude lo stomaco” – “Ho il cuore che batte forte senza motivo” – “Mi tremano le mani” – “Non riesco a stare fermo” – “Mi sento sempre sul punto di piangere” – “Non riesco a piangere” – “Ho smesso di desiderare” – Non ho energie” – “Non ho più voglia di uscire” -“Mi si è spento qualcosa” – “Mi sveglio già esausto” – “Ho sempre freddo” – “Mi sento come ovattato, come se fossi fuori dal mio corpo”
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Respiriamo mentre pronunciamo la frase, la nostra frase, il nostro sintomo.
Non cerchiamo di capirlo, non cerchiamo di risolverlo. Lo lasciamo stare lì, dove è. Lo osserviamo come si osserva qualcosa di vivo, come si ascolta un uccellino fare un cip cip diverso dal solito: con curiosità e senza fretta.
Se restiamo abbastanza a lungo, se non scappiamo, succede qualcosa.
Sotto il sintomo c’è qualcosa. Qualcosa di più antico, di più fondo. Non è un problema da risolvere — è una sensazione. Vaga, familiare, scomoda.
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“Non mi riconosco più” — “Non so più cosa voglio” — “Mi sento sbagliato” — “Ho la sensazione che tutti gli altri abbiano capito qualcosa che io non ho capito” — “Non so chi sono senza il mio lavoro” — “Non so chi sono senza di lei” — “Mi sento in colpa ma non so di cosa” — “Ho paura senza sapere di cosa ho paura” — “Mi sento intrappolato in una vita che non ho scelto” — “Ho tutto quello che dovrei volere e non sono felice” — “Non riesco a essere presente da nessuna parte” — “Faccio le cose giuste ma non sento niente” — “Mi sento sempre in debito con qualcuno” — “Ho smesso di sognare, non nel sonno, nella vita” — “Non ricordo l’ultima volta che mi sono sentito leggero” — “Sorrido ma non ci sono” — “Ho paura di fermarmi perché non so cosa troverei” — “Mi sveglio la mattina e non so perché dovrei alzarmi” — “Sento che sto deludendo tutti, me compreso” — “Vorrei sparire, non morire — solo sparire per un po’”
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Queste frasi non parlano propriamente di un problema concreto. Non chiedono una soluzione.
Parlano di un’assenza. Di qualcosa che manca, che si è spento, che non c’è più — o che forse non c’è mai stato davvero.
Questo accade internamente dentro di noi anche senza prenderne coscenza, solo che per alcuni emerge più facilmente con dei “problemi reali”:
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“Mi manca la mia mamma che non c’è più” – “Ho litigato con mio figlio e non mi parla da anni ma non so come fare a ricucire” – “Il mio partner mi tiene in trappola, non mi fa respirare” – “Sono innamorato di due donne” – “Ho bocciato l’esame e non so come dirlo a mio padre” – “Il mio lavoro non c’entra niente con le mie qualità e le mie attitudini” – “Mio marito non mi attrae più sessualmente, è sciatto e depresso” – “Sono sola, tutte le persone che attraggo sono disinteressate a me” – “Ho tradito la persona che amavo ma non sapevo di amarla così tanto” – “Mia moglie ha l’alzheimer e non mi riconosce più” – “Ho passato una vita a soddisfare le aspettative di mio padre e una volta che ho fatto tutto quello che mi ha chiesto nessun abbraccio o apprezzamento è arrivato, ma bensì un’assurda competizione” – “Il mio migliore amico è morto e io non so più con chi confidarmi” – “Mi ritrovo nel mezzo della mia vita e non sono nè carne nè pesce, mi sento come se mi fossi tagliato solo metà dei capelli” – “Sto pagando il prezzo di una serie di scelte sconsiderate fatte in gioventù tradito da un partner che ora non c’è più”
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Hanno tutte la stessa temperatura, vero? Problemi diversi, vite diverse, ma il dolore sembra lo stesso.
E hanno tutte un secondo tempo. Che suona più o meno così: non so come uscirne.
Se siamo coraggiosi, se siamo onesti con il nostro sentire, potrebbe emergere un’intuizione che, ahimè, pretente un atto di resa. Ed è per questo che fa così paura.
Chiedere aiuto.
Ma a chi?
Un amico? Un fratello? Il partner? Un genitore?
Eh, non è così facile portare un malessere esistenziale come tema a una persona che ci vuole bene, che ci vive da vicino!
Nella stragrande maggioranza delle volte facciamo finta di niente fino a che non esplodiamo, però magari stavolta siamo più coraggiosi e glielo diciamo! O proviamo a dirlo, a formulare la nostra richiesta di aiuto così come emerge, senza chiarezza o lucidità, magari partendo da Adamo ed Eva o parlando in terza persona.
E loro rispondono, nel modo in cui sanno rispondere. Con affetto, con preoccupazione, con consigli. A volte con disagio, con minimizzazione, con un cambio di argomento.
Ma non basta, certo che non basta! E non perché non ci vogliano bene — ma perché certi pesi sono più grandi di quello che un legame affettivo riesce a contenere.
Allora torniamo a “fare” e spegnamo il “sentire”.
Pensiamo che ci sia qualcosa da risolvere, qualche azione giusta da compiere, qualche chiave di volta da trovare, o qualche acquisto da fare! L’acqua povera di sodio, l’abbonamento all’ennesima piattaforma di streaming, una nuova auto. I professionisti del marketing lo sanno bene: se siamo infelici compriamo!
E con quel piccolo sprint di dopamina ci rimettiamo in moto.
Ma gira che ti rigira lì finisci sempre.
E allora ci assuefacciamo. Abbassiamo il volume con quello che conosciamo — le sostanze, le abbuffate, otto ore in palestra, il lavoro, lo scroll infinito. Torniamo al catalogo degli evitamenti con più convinzione di prima. Nicotina, Alcol, Caffeina, Lavoro, Abbuffate, Videogiochi, Instagram, Netflix. Quando va bene. Quando fa male invece il catalogo propone Cocaina, Eroina, Binge Eating, MD.
…
…
Ma lo hai capito o no che cosa stiamo evitando da più di 10 minuti?
Il vuoto
O meglio, io lo chiamo vuoto, tu chiamalo come ti pare. Sicuramente non è il nulla, che non dice niente.
E adesso è lì. E fa paura. Almeno, a me personalmente fa paura…una paura specifica, difficile da nominare — non è la paura di qualcosa che potrebbe succedere fuori.
È la paura di quello che potrebbe succedere dentro se apriamo il vaso di Pandora. Di quello che potremmo sentire se smettessimo di coprire. Paura di sgretolarci, di disintegrarci, di sentirci impotenti.
Perché il vuoto non è neutro. Ha una storia. Ha il profilo di qualcosa che avrebbe dovuto esserci e non c’era — o che c’era e poi è andato.
Il vuoto, o quello che io chiamo vuoto, parla, eccome se parla. Solo che non siamo abituati ad ascoltarlo. Anzi, abbiamo passato anni a costruire tutto quel catalogo di evitamenti proprio perché non dovesse aprirsi mai.
Ha la forma di una mancanza
È per questo che è così difficile chiedere aiuto. Non per pigrizia, non per orgoglio, non per i soldi o per il tempo, o meglio, non solo per tutti questi motivi. Non lo chiediamo perché chiederlo significa ammettere che quel vuoto esiste, che ci manca qualcosa che non è acquistabile o rubabile, perchè è una cosa interna. E ammettere che esiste significa doverci stare dentro, almeno un momento — senza anestesia, senza distrazione, senza la serie Netflix che parte in automatico.
Puoi provare a chiedere aiuto a chi ti vuole bene sperando che sia davvero illuminato o illuminante!
Oppure…
Oppure possiamo chiedere aiuto a uno psicologo.
Io feci così, tanti anni fa. E faccio così ogni volta che ne ho bisogno.
Quando lo dico, c’è sempre qualcuno che risponde: “ma risparmiali quei 60 euro, dai. Fatti forza. Che vuoi che sia.”
E capisco. Davvero. Perché dall’esterno non si vede niente — non si vede cosa succede quando esci da una seduta. Non passa il dolore. Non sparisce il problema. Ma l’energia torna a fluire. Il pensiero smette di girare su se stesso. Riesci a sentire più lucidamente — come se qualcuno avesse aperto una finestra in una stanza chiusa da troppo tempo.
Non è magia. Non è nemmeno una soluzione.
È semplicemente quello che succede quando qualcuno ti fa stare nel vuoto senza scappare. Quando per sessanta minuti non devi fare niente, non devi risolvere niente, non devi essere niente di diverso da quello che sei.
Eh ahimè, è esattamente per questo che fa così paura andarci.
La resa
Chiedere aiuto a uno psicologo non è il punto di arrivo. È il punto in cui smettiamo di lottare contro noi stessi.
Claudio Naranjo — uno dei maestri a cui la Psicoterapia della Gestalt deve moltissimo — parlava spesso di resa. Non come sconfitta. Come atto di libertà. Resa alla propria vita, alla propria storia, a quello che siamo stati e a quello che siamo diventati per sopravvivere.
Ma la resa non è passività. Non è piangere tutti i giorni sperando che prima o poi passi. Non è ruminare, non è autocommiserarsi, non è raccontare la stessa storia per l’ennesima volta senza che cambi nulla.
È contattare ogni nodo — quello specifico, quello lì — e sentirlo. Sentirlo, dargli calore fino a che non si scioglie grazie a un’emozione specifica.
E quando finalmente la sentiamo, quella emozione lì — quella rabbia lì, quel rimpianto lì, quel lutto lì, quella carezza mai ricevuta lì, quell’abbraccio mai arrivato, quell’apprezzamento mai ricevuto, quel ti amo mai detto o mai sentito — qualcosa cambia. Non tutto. Non subito. Ma cambia
A volte è la vita stessa a creare questa possibilità. Una perdita, una crisi, un momento in cui il castello crolla e non c’è più niente da fare se non stare tra le macerie. Quei momenti fanno schifo — e sono tra i più trasformativi che esistano.
A volte invece serve una mano.
Qualcuno che sappia stare nel vuoto insieme a noi. Che non scappi, che non minimizzi, che non offra soluzioni prima ancora che abbiamo finito di sentire. Qualcuno il cui unico compito è aiutarci a restare lì — nel nodo, nell’emozione, nella mancanza — il tempo necessario perché si sciolga davvero.
Niccolò Di Paolo | Psicologo Gestalt
Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11261). Ricevo presso lo studio professionale di Firenze (zona Piazza Alberti), Bologna (zona San Vitale) e tramite consulenza Online.
