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Ecco perché non hai coltivato la fiducia in te (mentre credevi di essere un fenomeno)

Pubblicato da Niccolò Di Paolo | Percorso Esistenziale

Come si costruisce la fiducia in sé – e cosa ce lo ha impedito fino ad oggi

C’è un’industria intera costruita sulla nostra insicurezza. Si chiama self-help, personal branding, life coaching — ha mille nomi, una sola promessa:

“possiamo diventare persone sicure di noi – subito – con il metodo giusto”

I libri vendono a milioni. I corsi online si moltiplicano. I reel di motivazione raccolgono like a valanga.

Ma senza retorica: se siamo in prima possiamo accellerare quanto vogliamo: più di 40 km/h non li raggiungiamo.

E la fiducia in noi stessi non si coltiva con po’ d’acqua in più o con un po’ di concime. Una pianta che cresce in un vaso troppo piccolo, in un terreno privo di minerali e senza radici profonde non fiorisce di certo perché la innaffiamo con più entusiasmo. Fiorisce quando cambiamo le condizioni in cui cresce.

La spavalderia e la barriera della paura

Perchè le persone spavalde sembrano sicure di sè?

La spavalderia rompe la paura. Questo è reale, misurabile, anche utile. Chi si butta — chi prende il microfono senza sentirsi pronto, chi manda il curriculum prima di avere tutti i requisiti, chi alza la mano in riunione senza essere sicuro di avere ragione — ottiene risultati che chi aspetta non otterrà mai.

Amy Cuddy, nel suo famoso TED Talk del 2012, ha mostrato che anche solo assumere fisicamente una postura di potere per due minuti modifica i livelli di cortisolo e testosterone. Il corpo precede la mente. Fingere cambia la chimica.

Ma qual è il costo?

Il costo dello spavaldo è che deve continuare a esserlo. Non può smettere. Non può fermarsi. Non può dire “non lo so” — perché l’intera architettura identitaria che ha costruito si regge su quel tono, su quella certezza, su quella faccia. Deve alzare il volume ogni volta che la paura si fa sentire.

E la paura si fa sempre sentire

Quello che inizia come strategia diventa gabbia. La spavalderia non trasformata in competenza reale è narcisismo difensivo: un’armatura che protegge, sì, ma che col tempo ci impedisce di crescere, di chiedere aiuto, di imparare.

Ma da dove viene tutto questo? Perché alcuni di noi hanno sviluppato quella risposta e altri no?

Prima di rispondere, facciamo un passo indietro. Perché c’è un paradosso cognitivo che vale la pena capire bene.

Più sappiamo, meno sappiamo di sapere

Nel 1999 i psicologi David Dunning e Justin Kruger, due psicologi della Cornell University, pubblicano uno studio destinato a diventare uno dei più citati della psicologia sociale: il bias cognitivo Dunning-Kruger.

Questo fenomeno, spiegato approfonditamente in questo video, indica che individui poco competenti tendono a sovrastimare le proprie capacità, mentre i più esperti spesso le sottovalutano

Chi non sa non sa nemmeno di non sapere.

Oppure lo sa e preferisce sminuire te, specialmente se di fronte a tante persone, a fare il bulletto, piuttosto che considerare un contraddittorio.

Ma la verità è che quella persona, di base, è proprio un bell’ignorantone.

Aumenta il raggio, aumenta la circonferenza – più sappiamo, più siamo esposti all’immensità di quello che non sappiamo. Più diventiamo competenti, più ci rendiamo conto di quanto resta da imparare.

Chi ha un cerchio piccolo ha una circonferenza piccola.

Poca superficie di contatto con l’ignoto. Poca consapevolezza dei propri limiti. Molta certezza.

E qui entrano in gioco la famiglia e i modelli sociali.

La mappa che ci hanno consegnato

Siamo cresciuti dentro un sistema — una famiglia, una cultura, un quartiere — che ci ha dato una mappa del mondo.

Quella mappa non è neutra. È fatta di certezze, di gerarchie, di modi di stare al mondo che funzionavano , allora, in quel contesto, e continuano a generare pensieri e a ricercare nel mondo riferimenti esterni che confermino pensieri.

Il problema è che alcune mappe sono piuttosto approssimative e fondate sull’esperienza (piena di distorsioni cognitive) di chi le ha tracciate.

In certi ambienti familiari — quelli in cui la conoscenza del mondo è limitata, in cui non si legge, non si viaggia, non ci si mette in discussione — quella mappa viene trasmessa con una certezza assoluta. Come se fosse l’unica mappa esistente. Come se il territorio non andasse oltre i suoi bordi.

Chi cresce in quell’ambiente impara una versione super-sintetizzata del mondo: poche regole, poche sfumature, poche eccezioni. E impara anche che quella versione è sufficiente. Che basta. Che chi la mette in discussione si sbaglia. Il risultato è una persona che non ha strumenti per percepire i propri limiti — non perché sia stupida, ma perché non è mai stata esposta all’idea che i limiti esistano.

Il cerchio è piccolo. La circonferenza è corta. Ma la convinzione di sapere tutto è grande!

Patriarchi di famiglie arricchite negli anni 80 e 90, quando anche un semplice operaio si comprava la seconda casa al mare (cresciuti da genitori che, invece, vengono chi da una e chi da due guerre mondiali), i famosi boomer (parola che deriva da boom economico) quanto possono aver creduto di essere dei fenomeni e di aver capito tutto del mondo?

Il padre che sa tutto

C’è un archetipo familiare che incarna questo meccanismo in modo quasi perfetto: il patriarca onnisciente.

Non è necessariamente un padre violento — anche se a volte lo è. È un uomo che ha costruito la propria identità intorno alla certezza supportata da una crescita economica esponenziale rispetto alla famiglia di oridine.

Un padre che non dirà mai “non so”, ma piuttosto che sa tutto, che ha sempre ragione. Che non chiede. Che non dubita. Che non chiede scusa. Che guarda il telegiornale convinto di acculturarsi così. Che finisce tutti i cruciverba e questo lom fa sentire un tuttologo. Che ha una risposta per tutto, che sa fare più o meno tutto, e quello che non sa è irrilevante o “materia per filosofi”.

In certe famiglie questo ruolo lo prende la madre, ma l’archetipo è lo stesso, uso il padre perchè è più facile da immaginare ma voi metteteci chi vi pare.

Intorno a quell’uomo, il sistema familiare si organizza. I figli imparano che il dubbio è pericoloso, che fare domande è sfida, che l’incertezza non ha diritto di cittadinanza, che la certezza è forza, è carisma, è vincente. Imparano, inoltre, che il padre è un essere superiore e che modellarlo funzionerà.

E non è per niente facile staccarsi da questo modello

Ci vuole un coraggio enorme, per un figlio, nel riconoscere che la mappa che quel padre o la società gli hanno consegnato non descrive per niente il mondo attuale.

Che le certezze che gli hanno trasmesso sono figlie di conoscenze molto limitate, funzionali in un’epoca particolare, adattive solo in quello specifico contesto e non per tutte le condizioni, e non verità universali applicabili in ogni dove.

Per un figlio, riconoscerlo, significa accettare che anche lui stesso non è proprio tutto questo fenomeno, visto il modello perseguito fino al giorno precedente. Perchè non è solo che le cose non funzionano — è che non capiamo perché non funzionano.

Abbiamo fatto quello che ci è stato insegnato. Abbiamo seguito le regole. Abbiamo riprodotto il modello. E il mondo non ha risposto come avrebbe dovuto.

Qualcuno la mappa la ha ribaltata per opposizione, senza accorgersi che comportarsi all’opposto genera comportamenti altrettanto rigidi, altrettanto narcisisti.

Quando l’insegnamento non funziona nel mondo…

…possiamo fare due cose:

La prima: concludere che il mondo si sbaglia. Che gli altri non capiscono. Che siamo circondati da incompetenti o da persone ostili. Questa è la risposta narcisistica — che non è necessariamente arroganza consapevole, ma spesso un meccanismo di sopravvivenza identitaria. Se la mappa è sbagliata, la mia identità crolla. Meglio che si sbagli il territorio.

La seconda: accorgerci che la mappa è incompleta. Che quello che sappiamo non è abbastanza. Che c’è qualcosa che non abbiamo ancora imparato. Questa è la risposta più dolorosa — e la sola che apre qualcosa di nuovo.

Narcisismo come armatura, non come forza

Heinz Kohut, psicoanalista austriaco, ha dedicato la sua carriera a ridefinire il narcisismo — sottraendolo alla categoria morale del vizio per restituirlo alla psicologia come meccanismo di sviluppo.

Nella sua teoria, il narcisismo sano è necessario: il bambino ha bisogno di sentirsi speciale, visto, ammirato, per costruire un senso di sé stabile. Il problema non è il narcisismo in sé — è il narcisismo bloccato, cristallizzato in una fase evolutiva, incapace di trasformarsi in qualcosa di più maturo.

Il narcisista difensivo — quello che sa tutto, che non chiede, che non tollera la critica, che alza la voce quando si sente minacciato — non è una persona forte. È una persona che a un certo punto ha smesso di ricevere dallo specchio della sua famiglia, e ha costruito un’armatura così spessa da non aver più bisogno di nessuno che lo veda.

E quando lo specchio manca, o riflette solo quello che vuole vedere chi lo tiene in mano, il bambino smette di cercarsi fuori. Costruisce un’armatura. Si fa bastare da solo.

Il guaio è che quell’armatura spesso assomiglia molto allo specchio rotto da cui viene

L’armatura funziona. Protegge. Ma isola. E nel tempo ci fa confondere la rigidità con la forza, la fermezza come competenza e come certezza, e alzare il volume con l’autorevolezza.

E via via potremmo andare a salire di generazione in generazione e trovare una causa effetto che sostiene ogni assurdo comportamento.

Ecco perchè è importante comprendere le dinamiche familiari da cui si proviene, non per giudicare un padre, o un nonno, o un bisnonno indiscutibilmente in torto, ma per staccarsi dal modello e non far sì che l’odio ingoiato non ci trasformi in una bella copia dei nostri genitori (pur cercando in tutti i modi di staccarsi da loro) e attraversare il vuoto che nella famiglia prima nessuno è riuscito ad attraversare per ignoranza, per stupidità, o per tutte e due le cose.

Qualcuno ci si rivede? Io sì

Ma la domanda vera non è se siamo narcisisti o meno, ma dove abbiamo imparato che mostrarci sicuri è l’unico modo per stare al mondo e come possiamo correggere questo automatismo.

Dove abbiamo deciso che il dubbio è pericoloso, e la paura non si affronta, si cancella, e iniziare ad accettare la polivalenza degli eventi, la discrasia tra due o più punti di vista sulla medesima questione, a sentire l’effetto di quella paura nel nostro organismo e come imparare a tollerarla per affrontare nuove sfide e migliorarci come persone, come amici, come figli e come colleghi

Perchè ci vuole coraggio a dire “sono ignorante”

Riconoscere i propri limiti non è umiltà performativa. Non è quella falsa modestia con cui diciamo “beh, non sono un esperto” mentre speriamo che qualcuno ci contraddica. È qualcosa di più concreto, più faticoso, e paradossalmente più potente.

È dire:

Non so farlo – Non lo conosco – Non so di cosa parli – Non ne sono certo – Potrei sbagliarmi – Ho bisogno di impararlo – Non sei solo tu a essere in torto ma probabilmente lo sono anche io, solo che non so come rendermene conto – Non sono solo gli altri gli stronzi ma probabilmente lo sono anche io – Non sono le mie ideologie buoniste a rendermi buono e meritevole d’amore ma le mie azioni benevolenti verso le persone che mi sono intorno – Non è votando il partito giusto che mi elevo ma mettendo in atto azioni per la società, per la cittò, per il quartiere o per il paese in cui vivo – e se non so farlo mi formo e imparo, chiedo, ascolto, mi metto a disposizione.

E poi farlo davvero.

Perché è lì — in quel riconoscimento — che inizia il processo che Bandura chiama autoefficacia. Ed è da lì che si costruisce qualcosa che la spavalderia non potrà mai darci.

Il ciclo che costruisce la fiducia in sè

Albert Bandura, psicologo canadese, ha dedicato molti dei suoi studi a come gli esseri umani costruiscono la fiducia nelle proprie capacità. La sua risposta è semplice e rivoluzionaria insieme: non si costruisce credendoci. Si costruisce facendo.

Il ciclo dell’autoefficacia funziona così:

1. Ci esponiamo a una prova concreta — qualcosa di difficile ma accessibile, ai limiti delle nostre competenze attuali.

2. Otteniamo un risultato — non necessariamente un successo completo. Anche un parziale insegnamento conta.

3. Il nostro sistema nervoso registra l’esperienzaho fatto una cosa difficile e sono sopravvissuto. Ho imparato qualcosa che prima non sapevo.

4. Quella registrazione diventa autostima — non l’autostima che ci raccontiamo davanti allo specchio, ma quella sedimentata nel corpo, nelle mani, nella memoria esperienziale.

5. L’autostima aumenta la disponibilità ad esporci di nuovo — a prove più grandi, più difficili, più incerte.

E il ciclo ricomincia.

Questo è ciò che la spavalderia non può dare. La spavalderia, il “fenomeno”, salta il ciclo — va direttamente alla performance, senza costruire le fondamenta.

Funziona a breve termine perché rompe la paralisi iniziale, ma quanta fatica svegliarsi così ogni giorno! Perchè? Perchè non accumula nulla di reale, o poco, molto poco. Ogni nuova situazione richiede di ricominciare da zero, o quasi, ma sempre con la stessa adrenalina (e la stessa maschera).

L’autoefficacia invece si accumula: è “interesse composto” applicato all’identità.

Il paradosso: per costruire autoefficacia, dobbiamo accettare di non averla ancora

E qui torniamo al coraggio (che non abbiamo imparato a coltivare).

Esporsi a una prova con il rischio reale di fallire — e non a una performance — richiede di stare nel non sapere.

Di tollerare il momento in cui non siamo ancora competenti. Di attraversare la fase in cui siamo principianti, goffi, lenti, sbagliati. A volte è necessario e lo facciamo affrontando la paura, a volte le troppe finte sicurezze ci impediscono di fare quel passo.

Le famiglie che ci hanno trasmesso la certezza come valore assoluto ci hanno privato della possibilità di coltivare la fiducia in noi stessi a spese di un pacchiano narcisismo.

Non hanno creduto che potevamo superare una difficoltà, provando e riprovando imparando un’abilità fino a quel momento sconosciuta, ma piuttosto brontolando o esaltando comportamenti scorretti o corretti giudicandoci come “abili” o “non abili”.

Se il non sapere è pericoloso, se il dubbio è debolezza, se fare brutta figura è il peggior esito possibile, è un attimo che la dicotomia abile/disabile si porti con sè anche l’etichetta di vincenti o perdenti (forti o deboli, sicuri o insicuri, ricchi o poveri, giusti o sbagliati, sani o malati, intelligenti o stupidi, bianchi o neri, cattolici o musulmani, buoni o cattivi, ma anche colti o ignoranti, belli o brutti, di destra o comunisti ma anche di sinistra o fascisti).

Bel guaio, eh?

Meglio fare un passo indietro…

Come coltivare autostima e autoefficacia facendo un passo indietro

Vale la pena in primis fare una distinzione:

L’autostima è la valutazione globale che abbiamo di noi stessi — quanto ci sentiamo degni, capaci, amabili. È influenzata dalle relazioni precoci, dai messaggi familiari, dalla storia affettiva. Può essere alta o bassa indipendentemente da quello che sappiamo fare.

L’autoefficacia è qualcosa di più specifico: la fiducia nelle proprie capacità in un dominio preciso. Non “mi sento una persona di valore” — ma “so che so gestire i conflitti”, “so che so imparare cose nuove”, “so che quando mi espongo a qualcosa di difficile, riesco a uscirne”.

La distinzione è importante perché si può avere alta autostima e bassa autoefficacia — e viceversa.

Chi è cresciuto in famiglie che lo hanno amato incondizionatamente ma non gli hanno insegnato nulla di concreto sul mondo ha spesso un’autostima relativamente integra ma una bassa autoefficacia. Si sente degno ma non capace. Ama se stesso ma non si fida di se stesso.

Chi invece è cresciuto in famiglie che valorizzavano solo la performance — il voto, il risultato, l’eccellenza — ha spesso sviluppato autoefficacia in aree specifiche ma un’autostima fragile, condizionale, dipendente dal successo. Si fida di se stesso solo quando vince.

Il lavoro in seduta Gestalt

Il lavoro in Gestalt parte sempre dalla presa di coscienza — e per sviluppare autostima e fiducia in sé, il contatto con i propri confini, con i limiti, con ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo, è uno snodo piuttosto importante.

I confini, i limiti, sono buoni. Vanno tracciati, va distinto quello che sappiamo da quello che non sappiamo, quello che è nostro da quello che non è nostro. Servono sia per difenderci che per andarci a prendere ciò che ci manca, per crescere.

Probabilmente in famiglia abbiamo imparato a sedimentare quei confini — e ora si sono irrigiditi.

Quando siamo naturalmente spavaldi è perché crediamo che quel poco che sappiamo ci renda speciali.

Quando invece siamo insicuri è perché pensiamo di saper fare pochissimo rispetto a quanto servirebbe.

Tutti siamo spavaldi su certi argomenti e insicuri su altri, tutti siamo bravi in uno sport e scarsi in un altro, e il contatto con i propri confini è un grandissimo punto di inizio per coltivare una buona autostima supportata da una buona autoefficacia.

Autoefficacia e autostima si nutrono a vicenda — ma hanno bisogno entrambe di un po’ di coraggio nel sentire la paura di quel vuoto e andare avanti comunque.

Sapere di non sapere è la posizione di una persona che vuole crescere. Non di un ignorante. Di qualcuno che ha abbastanza onestà da guardarsi allo specchio senza raccontarsi storie — e che in quello spazio tra quello che non sa o non sa fare ancora e il saltino nel provare a impararlo, trova la propria direzione.

E il risultato non sarà il sorrisetto scaltro e ammiccante quando prendiamo il drink al pub mentre guardiamo la tipa che ci piace. Non sarà la sicurezza con cui dominiamo una conversazione tra amici perché pensiamo di sapere di più senza accettare un contraddittorio.

Il risultato è una sicurezza calma. Una pace interiore.

Quella che ci sostiene nei momenti difficili e ci culla in quelli piacevoli. Quella che ci spinge a migliorarci non per paura di non bastare, ma perché ci vogliamo bene abbastanza da chiedersi di più. Perché se sappiamo che possiamo imparare una cosa nuova, sappiamo anche che possiamo imparare a volersi bene, mangiando bene, allenandosi, leggendo e dialogando con l’altro invece di dominarlo (Perché l’altro è la più onesta fonte di miglioramento. Sempre).

Niccolò Di Paolo | Psicologo Gestalt

Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11261). Ricevo presso lo studio professionale di Firenze (zona Piazza Alberti), Bologna (zona San Vitale) e tramite consulenza Online.

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