Pubblicato da Niccolò Di Paolo | Percorso Esistenziale
Ogni essere umano, prima o poi, si confronta con il divino. Lo cerca, lo rifiuta, lo bestemmia, lo venera, lo ignora — ma non gli è mai davvero indifferente.
Quello che facciamo molto meno spesso è chiederci da dove viene quell’immagine di Dio che portiamo dentro. Se sia davvero il frutto di una riflessione libera, di una fede scelta, di un rifiuto consapevole — o se non sia, invece, qualcosa che ci è stato consegnato molto prima.
In Gestalt esiste un principio che rovescia l’ordine comunemente accettato. Non è il Dio raffigurato nelle chiede ad assomigliare a un vecchio padre:
È il padre che è stato, per ciascuno di noi, il primo Dio
O la madre.
O chi, in quella casa, deteneva il potere assoluto sui primi anni della nostra vita: il patriarca di una volta, uno zio ricco proprietario dell’azienda di famiglia, un nonno, o anche il fratello maggiore cresciuto troppo in fretta dopo il lutto di uno dei due genitori.
Trasmutato poi culturalmente, fuori dalla famiglia, in una divinità centrale unica per tutti, giusta e amorevole.
Quella figura — che in questo articolo chiameremo proto-Dio domestico — è la prima autorità che abbiamo conosciuto.
Quella da cui dipendeva tutto: l’affetto, il giudizio, la sopravvivenza emotiva. E su di essa abbiamo costruito, senza saperlo, la nostra prima teologia.
Una teologia che poi abbiamo portato fuori — proiettandola su Dio, sulla società, sulla Chiesa, sullo Stato. E che ancora oggi, in molti casi, continua a parlare al posto nostro.
Ma facciamo prima un passo indietro — a quando tutto ebbe inizio.
Gli Dei non sono nati per spiegare il tuono
C’è un luogo comune duro a morire: gli Dei sarebbero stati inventati dagli esseri umani per spiegare ciò che non capivano. Il fulmine era Zeus. L’inondazione era la collera di un dio mesopotamico. La siccità era un castigo.
È una lettura riduttiva e soprattutto incompleta.
L’antropologia ci dice qualcosa di più interessante: le divinità, in ogni cultura e in ogni epoca, hanno assolto una funzione prima di tutto morale e sociale. Non erano solo cosmologie — erano sistemi di trasmissione di valori, di regole di convivenza, di identità collettiva.
Gli Dei egizi insegnavano la ciclicità della vita e della morte, il peso del cuore davanti a Ma’at, la dea della giustizia. Gli Dei indù del ciclo vedico codificavano i dharma — i doveri, le responsabilità di ogni essere vivente a seconda della sua posizione nel cosmo.
Gli Dei aztechi strutturavano il sacrificio come atto di reciprocità con il mondo: noi vi nutriamo, voi ci nutrite. Persino gli Dei norreni — brutali, bellicosi — insegnavano il coraggio davanti all’inevitabile, il valore della lealtà, il significato di una morte degna.
Il divino, in ogni latitudine, è un entità trascesa dalle società con sempre lo stesso scopo: dire agli esseri umani come stare al mondo insieme.
La domanda non è mai stata solo “cosa c’è là fuori” — ma “chi siamo noi, e come dobbiamo comportarci”.
La morale che ci è capitata
Detto questo, non si può fare a meno di osservare — con tutta l’ironia che la situazione merita — che le morali non sono tutte uguali. E che, ahinoi, non abbiamo scelto noi quale ci sarebbe capitata (un po’ come la famiglia).
I Greci avevano una fortuna antropologica non da poco
La mitologia greca ha una cosa che la tradizione biblica strutturalmente non può avere: i suoi personaggi sono umani fino al midollo. Gli Dei greci sono gelosi, vendicativi, lussuriosi, contraddittori. Zeus fa cose vergognose. Medea è una madre che uccide i propri figli. Edipo non è un esempio morale — è una tragedia della conoscenza, il racconto di un uomo che vuole sapere e viene distrutto dalla verità.
Gli Dei greci non ci insegnano come si dovrebbe essere. Ci mostrano come si è davvero.
La tradizione biblica ha una tensione costante verso il dover essere, verso il giudizio, verso la redenzione. C’è sempre qualcuno che guarda e valuta. Un Dio che premia e punisce, che ha un piano, che chiede obbedienza in cambio di salvezza.
Purtroppo, a noi è capitata quella. E in Italia, con tutto il peso di duemila anni di cultura cattolica depositati nelle mura delle chiese, nelle abitudini linguistiche, nei sensi di colpa da domenica mattina — non è un dettaglio trascurabile.
La Chiesa non è Dio
Prima di andare avanti, vale la pena fermarsi su un punto che spesso sfugge — sia a chi crede sia a chi non crede.
La Chiesa non è Dio. È un’associazione umana. Antica, potente, stratificata — ma umana.
Basta fare una passeggiata tra i suoi ordini e sottoordini per rendersene conto: Benedettini, Francescani, Domenicani, Gesuiti, Carmelitani, Agostiniani, Salesiani, Oblati, Passionisti — ognuno con la propria spiritualità, la propria regola, il proprio modo di intendere il sacro. Due preti a cento metri di distanza possono raccontarci Dio in modo profondamente diverso. E lo fanno.
La storia della Chiesa è la storia di esseri umani che hanno cercato di fissare in parole e dogmi qualcosa che per definizione eccede le parole e i dogmi. E lo hanno fatto a votazione — attraverso quella stessa logica democratica che la Chiesa stessa ha contribuito a trasmettere alla cultura occidentale (e di cui beneficiamo).
Al Concilio di Nicea nel 325 d.C., i vescovi di tutto l’impero romano si riunirono per decidere — tra dibattiti accesi e pressioni politiche — se Gesù fosse della stessa sostanza del Padre o di sostanza simile.
La divinità di Cristo fu sancita a maggioranza
Eppure, nei quattro Vangeli canonici, Gesù non rivendica mai esplicitamente di essere Dio — predicatore, figlio, messia, sì, ma l’equazione diretta è una costruzione teologica successiva.
Umberto Galimberti, nel suo Le parole di Gesù, smonta con cura chirurgica questo e altri nodi restituendo a Gesù le sue vere parole tradotte letteralmente e non arbitrariamente.
La verginità perpetua di Maria — definita dogma nel 553 al II Concilio di Costantinopoli.
L’Immacolata Concezione — definita dogma da Pio IX nel 1854, con la bolla Ineffabilis Deus.
Non erano verità emerse dalla rivelazione: erano decisioni prese in un’epoca precisa, da persone precise, in un contesto politico e culturale preciso.
Tutto questo non è detto per demolire la fede. È detto per ricordare che confondere la Chiesa con Dio è un errore che costa caro — e che lo pagano tanto chi ci crede quanto chi non ci crede.
Il proto-Dio domestico
Arriviamo al punto.
In Gestalt esiste un principio che ribalta l’ordine che ci hanno insegnato: non è Dio ad assomigliare al padre. È il padre che è Dio. O la madre. O chi, in quella casa specifica, deteneva il potere assoluto.
Il bambino non nasce con un’idea di Dio. Nasce con una fame di orientamento — ha bisogno di capire chi decide, chi giudica, chi perdona, chi punisce, chi lo vede e chi lo ignora. Quella figura è il proto-Dio domestico. La prima autorità assoluta che conosce. Quella da cui dipende letteralmente tutto: il cibo, l’affetto, la sopravvivenza emotiva.
Non è necessariamente il padre biologico. In molte famiglie — e lo vediamo chiaramente in seduta — il proto-Dio è la madre: ipercontrollante, infallibile, capace di far sentire sbagliato qualsiasi pensiero autonomo. Una madre che occupa tutto lo spazio emotivo della famiglia struttura nel figlio lo stesso tipo di teologia interna che struttura un padre autoritario: un dio che vede tutto, che giudica tutto, da cui non ci si può nascondere.
Ogni famiglia produce il suo Dio domestico
E poco importa che sia maschio o femmina, presente o assente — perché anche un genitore scomparso o mai conosciuto può diventare un Dio, anzi spesso lo diventa proprio perché è mitico, inafferrabile, mai verificabile.
Pensiamo a un padre clinicamente malato — mai diagnosticato, mai curato — con gravi problemi di violenza, convinto di essere un uomo di valore ma profondamente ignorante del mondo. Quel padre è il primo Dio che un figlio incontra. Un dio arbitrario, imprevedibile, che punisce senza logica e premia senza criterio. Un dio che non è giusto.
E su quel modello — su quella prima esperienza del potere assoluto — il figlio costruisce la sua teologia. Poi cresce, entra nel mondo, e porta quella teologia ovunque vada: la proietta su Dio, sulla società, sullo Stato, sui capi, sui partner. La proietta senza saperlo, cercando nel mondo conferme alla prima impressione che si è fatto di come funziona l’autorità.
Il sistema patriarcale non è solo una struttura sociale — è un sistema di significati introiettato prima nella famiglia, e poi nella cultura. La Chiesa l’ha cristallizzato in dogma. Ma la radice è sempre lì: nel primo nucleo, in quella casa, in quel tavolo.
Chi lo venera, chi lo odia — e a chi non interessa un gran che
Prima di addentrarci nelle due posizioni principali, è necessaria una precisazione.
Esiste una terza categoria che questo articolo non chiama in causa — e che non deve sentirsi obbligata ad appartenervi: quella di chi vive il proprio rapporto con il sacro, o la propria assenza di fede, senza particolare tormento. Persone per cui la questione non è irrisolta, non è urgente, non genera né devozione cieca né rabbia reattiva.
In termini clinici, potremmo dire che il loro proto-Dio domestico non ha lasciato ferite abbastanza profonde da strutturare il rapporto con l’autorità in modo rigido. O che hanno avuto la fortuna — e non è una parola usata a caso — di attraversare quella relazione primaria con risorse sufficienti a non restarne vincolati.
Non è la maggioranza. Ma esiste. E riconoscerla è un atto di onestà intellettuale prima ancora che clinica.
Chi si riconosce in questa posizione può leggere quello che segue come un’analisi del funzionamento altrui. Oppure come uno specchio, se qualcosa — inaspettatamente — dovesse risuonare.
– Chi odia, rigetta, bestemmia
Chi bestemmia appena le cose vanno storto, chi ha fatto dell’ateismo una bandiera, chi dice “se Dio esistesse non permetterebbe tutto questo” con una rabbia che sa di personale — spesso sta ancora litigando con qualcuno di preciso. Non con Dio.
È lo stesso meccanismo della persona antisociale che se la prende con la società, con lo Stato, con il sistema — senza mai fermarsi a chiedersi dove ha imparato per la prima volta che l’autorità è arbitraria, pericolosa e non degna di fiducia.
Il primo luogo di quella lezione era casa
Rigettare Dio non è di per sé un problema — è una posizione filosofica legittima.
Il problema è quando il rigetto è reattivo, quando ha la stessa intensità emotiva di una lite in famiglia, quando non si riesce a nominare il sacro senza sentire qualcosa che brucia. Quello non è ateismo — è ancora una relazione irrisolta con il proto-Dio domestico, solo spostata su un bersaglio più grande e più sicuro da colpire.
– Chi ama, obbedisce, non si permette il dubbio
Dall’altra parte c’è chi segue i dogmi, rispetta i riti, obbedisce alle regole della Chiesa — e non si concede mai la rabbia, mai il senso di ingiustizia, mai la domanda scomoda.
Quella persona spesso non sta cercando Dio. Sta cercando di non sbagliare.
Di essere abbastanza brava. Di meritare.
Se il proto-Dio domestico ci ha insegnato che l’obbedienza era la moneta dell’amore — che fare le cose giuste, stare al proprio posto, non fare domande era il modo per ricevere affetto e non essere puniti — allora obbedire ai dogmi è esattamente quello che sappiamo fare. È familiare. È sicuro. È l’unico modo che conosciamo per sentirci al posto giusto.
Il risultato è una fede senza contatto reale. Una relazione col divino costruita sulla paura di sbagliare — non sull’incontro. E paradossalmente, spesso, sulla stessa logica del proto-Dio domestico: un’autorità che guarda, che giudica, a cui non ci si può ribellare.
Il punto cieco che accomuna entrambi
Chi obbedisce ai dogmi e chi rigetta Dio stanno facendo la stessa cosa: evitare la domanda.
Quella che non riguarda Dio, ma la famiglia di origine — il primo luogo dove sono stati dati i significati, dove si è costruita la prima idea di cosa si merita e cosa no, di cosa è giusto e cosa non lo è, di come ci si relaziona con chi ha potere su di noi.
Quel luogo è casa. Non la chiesa. Non la società. Non Dio.
La mente umana è straordinariamente brava a cercare nel mondo conferme alle prime impressioni che si è formata.
Se abbiamo imparato che l’autorità è ingiusta, troveremo ovunque prove che lo confermi. Se abbiamo imparato che obbedire è l’unico modo per essere amati, troveremo ovunque autorità a cui obbedire.
Non perché il mondo sia fatto così — ma perché la nostra mappa dice così. E continuiamo a leggere il territorio attraverso quella mappa, senza accorgerci che l’abbiamo disegnata noi, in un’epoca precisa, in una casa precisa, con le persone precise che ci sono capitate.
Chi bestemmia non sta sfidando il divino. Sta ancora urlando contro una figura che non risponde più. Chi obbedisce ai dogmi non sta cercando Dio. Sta cercando di non deludere qualcuno che non c’è più — o che non è mai stato quello che sembra.
Il Dio che non abbiamo ancora incontrato
Non si tratta di buttare tutto. Non si tratta di abbracciare tutto.
Si tratta di farsi la domanda:
questo che chiamo Dio — o questo che chiamo ingiustizia del mondo — a chi assomiglia davvero?
Ha la voce di nostro padre? Ha gli occhi di nostra madre? Ha la stessa logica di quel primo nucleo in cui tutto ha avuto inizio?
Se la risposta è sì — e quasi sempre lo è — allora non abbiamo ancora incontrato Dio. Abbiamo incontrato una proiezione. Potente, radicata, carica di storia personale — ma pur sempre una proiezione.
Il lavoro non è teologico. È esistenziale.
Restituire la domanda alla sorgente — non per colpevolizzare nessuno, non per riaprire ferite senza motivo, ma per distinguere ciò che è nostro da ciò che ci è stato consegnato.
Per smettere di litigare con Dio quando il litigio è con casa e affrontarlo una volta per tutte. Per smettere di obbedire ai dogmi quando l’obbedienza è ancora a quel tavolo da pranzo, povero o imbandito che sia.
Niccolò Di Paolo | Psicologo Gestalt
Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11261). Ricevo presso lo studio professionale di Firenze (zona Piazza Alberti), Bologna (zona San Vitale) e tramite consulenza Online.
